CLINICA CITTA’ DI LECCE, UNA SPERANZA PER LA VITA

salop.jpg  di Roberto De Salvatore___

Ore 8 del mattino, sono nudo come un lombrico su una barella, con indosso solo un leggero lenzuolo trasparente ed in testa una cuffia. Aspetto che mi portino in sala operatoria. Ci sono arrivato il giorno prima a clinica Città di Lecce inviato d’urgenza da un medico dell’ospedale di Copertino, il dott. Luigi Greco, che effettuando un eco cardio doppler tre giorni prima, aveva rilevato che avevo avuto un infarto di cui non mi ero accorto. Grazie alla sua perizia e solerzia consiglia una coronarografia alla clinica Città di Lecce, dove lui stesso telefona immediatamente.

In clinica mi effettuano la coronarografia con macchinari che ricordano ‘Guerre Stellari’ e salta fuori che tre coronarie sono chiuse e mi mantengo in vita molto precariamente con una sola che funziona a scartamento ridotto, ma anche questa sta per chiudersi, e allora la morte, una morte che potrebbe arrivare mentre sto dormendo. Il medico che sta effettuando l’esame me lo dice senza mezzi termini in che condizioni verso e che stanno avvertendo i chirurghi.

Attendo solo una decina di minuti ed arriva un chirurgo giovanissimo che mi chiede se voglio essere operato da lui, se non mi dicesse il suo nome gli direi ‘no grazie, portatemi al Fazzi’, ma lui è Luigi Specchia, chirurgo affermato nonostante la sua giovane età, e poi è stato allievo di un grande cardiochirurgo, il prof. Esposito, e allora senza mezzi termini do la mia autorizzazione all’intervento che lui effettuerà, il primo dell’indomani mattina.

Sento freddo, mi sento trasportare dolcemente giù, verso la sala operatoria, ho appena il tempo di vedere il volto di mia madre e gli occhi gonfi di lacrime della mia compagna. Il freddo aumenta, mezzo rimbambito dal Valium che mi hanno somministrato e che funge da pre-anestetico entro nella sala, alcuni racconteranno che scherzavo e ridevo con i medici in sala, poi…più niente, all’improvviso il buio assoluto. Una assoluta incoscienza durante la quale mi hanno aperto lo sterno preso il cuore che hanno fermato per pochi minuti, e impiantato ben 4 by-pass.

Quando mi risveglio vedo sopra di me una finestrella di luce, chiedo che ore sono, sono le diciassette meno un quarto, è andato tutto bene per fortuna. Mi accompagnano in terapia intensiva dove starò non meno di due giorni, monitorato continuamente, a crepare dalla sete che posso alleviare solo suggendo delle gocce di acqua da batuffoli di garza bagnata. Ma non posso lamentarmi più di tanto, ero un ‘dead-man-walking’ e senza saperlo potevo lasciare questa valle di lacrime da un momento all’altro.

Rivedo il bellissimo sorriso del dott. Specchia e del responsabile del reparto, l’umanissimo, onnipresente e scrupolosissimo dott. Salvatore Foggetti, sorride anche lui (ha un volto familiare e un cognome che mi ricorda un mio ex compagno di liceo, Italo) e mi dicono che è andato tutto bene. Il poi naturalmente è la cosa per me più difficile da affrontare, fra terapia intensiva e reparto di riabilitazione, l’impossibilità mentre sto a letto di muovermi di lato è un po’ una tortura, ma insomma…intanto sono in una struttura che non ha niente da invidiare ai più blasonati centri cardiologici per miliardari texani a Houston, un ambiente moderno, con medici all’altezza e personale preparato e sempre pronto a risolvere i tuoi problemi con gentilezza. Sono stato fortunato a subire il primo intervento della mia vita a Città di Lecce, una struttura che appartiene al gruppo Villa Maria che fa capo all’imprenditore romagnolo Ettore Sansavini che ha capito la fondamentale importanza della sanità privata in Italia già dai primi anni ’60.

Ma quanto costa qualcuno chiederà? Nulla, perché clinica Città di Lecce è convenzionata con il SSN. Non voglio parlare male del pubblico naturalmente, anche al Fazzi di Lecce cardiochirurgia è un eccellente reparto con medici preparatissimi, ma qui a Città di Lecce sono abituati a dare qualcosa in più del meglio, rendendo conto di come viene speso ogni centesimo per la salute della gente, e i risultati si vedono. Qui fanno anche ricerca sulle metodologie che riguardano molte branche della salute dei cittadini, in particolare nella cardiologia, e allora se posso scegliere, scelgo una eccellenza del nostro territorio, con la fervida speranza che si investano più risorse in tali strutture che sono in grado di offrire ciò che spesso manca nel pubblico. Apprezziamo e sosteniamo questi centri della vita, e custodiamo gelosamente l’alta professionalità di giovani medici come il dott. Specchia, un coraggioso che non ha abbandonato la sua terra allettato da offerte provenienti dall’estero, ma ha detto ‘io rimango qui’.

IL FERTILITY-FLOP DELLA LORENZIN

  fertday di Roberto De Salvatore___

Non mi meraviglia più niente di questo governo, un governo dove una semplice diplomata ricopre la carica di ministro della salute e che dovrebbe dare direttive alla classe medica, e indicazioni atte alla salvaguardia della salute alla gente (in teoria, ma in pratica fa altro, come mettere in ginocchio il welfare sanitario, già ampiamente disastrato). Confesso di non essere riuscito a comprendere lo scopo di questa campagna sulle prospettive della fertilità, già ampiamente in declino, senz’altro a causa di errati stili di vita, ma soprattutto per mancanza di prospettive e orizzonti di certezze per chi è ancora in grado di procreare.

La campagna si è rivelata un fiasco colossale, ed è stata la stessa Lorenzin (meno male) ad ammetterlo, per i messaggi aberranti trasmessi come le banane avvizzite, cicogne e clessidre che starebbero ad indicare il tempo che passa. Ma ancora di più per la copertina di uno degli opuscoli del ministero incentrato sul binomio vita sana-fertilità, e che raffigura da un lato ragazzi giovani, biondi e sorridenti (francamente non saprei se avevano anche gli occhi azzurri, sarebbe un deja-vu da programma eugenetico Levesborn di nazista memoria) e dall’altro una immagine che nell’intento degli pseudocomunicatori rappresenterebbero le cattive abitudini con ragazzi di colore con le treccine e bad girls che si fanno una canna.

Ce n’era d’avanzo per sollevare una Iliade di proteste e cori antirazzisti, e giustamente perché oltre alla melensaggine e al razzismo, queste immagini mortificano le persone di cui al sistema non importa nulla. Le più mortificate e quelle che hanno reagito con più decisione, a quanto ho potuto constatare dai commenti sui social, sono state proprio le donne, che si sono sentite oltraggiate nella loro femminilità, degradate a rango di fattrici.

Un figlio non può che essere concepito in un ambiente di amore e di speranza, non può essere uno status symbol (devo averlo perché ce l’hanno le altre) inculcato tramite inserti subliminali, ma gli inserti di questa campagna pseudo informativa più che subliminali a me sembrano idioti e scriteriati, anche considerando che è costata centotredicimila euro (ma qualcuno dice anche di più), e il passo più ovvio, dopo questo tonfo colossale, è stata la rimozione del responsabile della comunicazione del ministero, (ma c’è di mezzo anche una società milanese di comunicazione Mediaticamente srl) e perfino Renzi ha preso le distanze dal suo ministro (di cui avrebbe fatto meglio a controllare titoli e credenziali prima di nominarlo).

Chi dice ad una giovane donna o uomo ‘sbrigati a fare un figlio che il tempo passa’ non si rende conto, o semplicemente non gliene frega nulla, (a parte il fatto che è offensivo nei confronti delle persone non più in grado di procreare per ragioni di età e che non devono sentirsi menomate nel loro amore da campagne come questa), che le persone non fanno più figli per l’estrema incertezza di un futuro che si presenta nerissimo e senza prospettive. Chi se la sentirebbe di mettere al mondo un figlio senza avere una base economica certa che è incompatibile con il ‘dimenticatevi il posto fisso’ (e qui da noi quando il posto fisso lo perdi o ti arrangi con lavoretti saltuari e pagati a nero, quando sono pagati, o sei finito)?

Il calo democratico oggettivamente esiste nel nostro paese ed è alquanto pesante, perché mancano le condizioni per mettere al mondo dei figli (nel 2015 ci sono state 15000 nascite in meno), ma non riesco a comprendere nemmeno come questa campagna sulla fertilità sia compatibile con il mantra dell’accoglienza degli immigrati e le affermazioni che ne abbiamo bisogno per contrastare proprio il declino demografico (o per sostituire gli italiani?).

A tal proposito sarei curioso di sapere se la Lorenzin conosce e frequenta la Boldrini, e se tra le due corra buon sangue, perché sembrano asserragliate su opposte trincee. Campagna fallita per fortuna, e per la prossima la Lorenzin chiede la collaborazione a titolo gratuito. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Invece di investire risorse in simili porcate, pensate ad una politica seria sul lavoro, non certo quella che fa riferimento allo sbandierato jobs-act, che finiti gli incentivi ha ributtato sul lastrico gli assunti con questa formula delirante. Il declino demografico nel nostro paese è direttamente proporzionale al declino della moralità politica.

LECCE E DISABILITA’, UNA CITTA’ DA REINVENTARE

disabiledi Roberto De Salvatore___

 Non sono fra quelli che rimpiangerà la dipartita di questo sindaco e di questa amministrazione il prossimo anno, sarà perché istintivamente non mi fido dei ‘bocconiani’, sarà anche perché credo di conoscere abbastanza bene Lecce e i suoi ‘salotti buoni’. Una città che lungi dall’essere cambiata, è semmai peggiorata nel suo grado di vivibilità. E ogni volta una alzata di scudi per difendere ciò che non può essere difeso, anche a mezzo di querela verso chi manifesta il suo pensiero, in modo non violento, sui suoi profili social.

Fino a pochi anni fa nemmeno si parlava di disabilità, che anzi si definiva con il termine spregiativo ‘handicap’. Poi cominciò ad essere di moda, e allora giù a segnare i parcheggi con le strisce gialle riservate, a costruire scivoli e avallamenti sui marciapiedi che agevolassero le persone costrette a deambulare su carrozzelle (a volte costruiti malissimo, con la parte inferiore che molto spesso non è al livello della strada ma ad alcuni centimetri rendendone impossibile la fruizione alle persone svantaggiate). Faceva molto figo mostrare di avere a cuore queste problematiche, salvo poi, all’atto pratico predicare bene e razzolare non male, ma malissimo.

Quello che è accaduto due giorni fa alla scrittrice e giornalista Maria De Giovanni è emblematico: con una città blindata dalla festa patronale avendo difficoltà a raggiungere la location dove era attesa per la consegna di un premio è stata bloccata da una vigilessa e invitata a trovarsi un parcheggio e raggiungere il posto con i suoi mezzi, in pratica ‘arraggianti, sono fatti tuoi!’. Ora non per prendere le difese di ufficio della signora De Giovanni, la mia povera voce non conta nulla e poi in queste ore è già molto rappresentata, ma la pratica di bloccare la città per un evento come la festa patronale, ma già le occasioni di blocco sono innumerevoli, anche le più futili come una maratona, in una città già abbastanza bloccata dai divieti più intransigenti nel cuore della città, il centro storico con la motivazione che rappresenta la ‘bomboniera’ della città, un gioiello da presentare ai turisti, ma verrebbe anche da pensare al fatto che ci si tiene tanto al centro storico perché lì risiedono molti rappresentanti dei ‘salotti buoni’ cittadini che hanno lì le loro abitazioni, ristrutturate (e mi verrebbe malignamente da chiedermi: a spese di chi?).

I parcheggi di interscambio rimangono un mero esercizio retorico e l’unica cosa a cui si bada è incamerare quanto più denaro possibile attraverso l’indefessa opera della polizia municipale con multe e verbali, denaro che coerentemente dovrebbe essere utilizzato per migliorare la viabilità e la vivibilità. Ma ad una amministrazione agli ultimi mesi del suo mandato forse questi non sembrano problemi per cui non dormire la notte. Ritornando al caso della signora De Giovanni, naturalmente il caso è balzato alle cronache, stamattina è apparso un articolo su Nuovo Quotidiano di Puglia, e subito sono arrivati alla signora messaggi di convocazione da parte dell’amministrazione, in verità farfugliamenti di poca comprensione, giustificazioni inerenti la ‘poca esperienza’ della vigilessa. Poca esperienza? Ma perché se aveva poca esperienza non è stata affiancata da un vigile anziano? Il mio sospetto è che la vigilessa non sarà richiamata con una nota di demerito, anzi, chi lo sa, forse la stabilizzeranno anche per premiarla della sua intransigenza.

Della inefficienza della polizia municipale di Lecce (quando non si tratta di elevare multe a raffica) io stesso sono stato testimone qualche anno fa, quando ero vicepresidente di una associazione di protezione civile e fra i compiti assegnatici c’era la regolazione del traffico allo stadio comunale in occasione delle partite di calcio. Io e i miei ragazzi eravamo al nostro posto e facevamo il nostro dovere, anche con molta difficoltà a causa della indisciplina degli automobilisti, mentre vigili e vigilasse a pochi metri di distanza non facevano altro che parlottare, assolutamente ignari di quello che accadeva attorno a loro, almeno fino a quando non feci le mie rimostranze dicendo che noi della protezione civile eravamo di supporto, non a sostituzione della polizia municipale. Ma non cambiò nulla, cambiò solo che la protezione civile, compatta smise di essere la domenica allo stadio a regolare la viabilità.

Questa città ha bisogno di essere ripensata, perché Lecce non può essere gestita come 40 o 50 anni fa. Ormai una grande città non può risolvere i suoi problemi soltanto bloccando gli accessi, elevando multe, e proporre di spostarsi tramite i mezzi pubblici, quelli assolutamente farneticanti, che sono costati milioni alle tasche dei contribuenti, e che non servono a nulla. Manifestazioni ludiche e feste patronali debbono essere ripensate in altri siti che non blocchino l’intera città e non solo a svantaggio di chi è portatore di disabilità.

BOLOGNA 2 AGOSTO 1980: UNA STRAGE ANOMALA

 orologio di Roberto De Salvatore___

Sono le dieci passate del mattino del 2 agosto 1980, la stazione ferroviaria di Bologna brulica di gente in arrivo o in partenza. E’ un’estate calda e le persone si spostano verso le località di mare o di montagna in cerca di refrigerio, o ne ritornano. In sala d’attesa di 2 classe ci sono tante persone, c’è Eckhardt Mader di 14 anni, è venuto in Italia da Haselhorf in Westfalia con in suoi genitori per andare in vacanza al lido di Pomposa, suo padre si è assentato per andare in giro a visitare Bologna, adesso Eckhardt è in sala d’attesa con la mamma e il fratello ad aspettare il treno che li riporterà in Germania; c’è Luca Mauri con mamma e babbo; c’è Maria Fresu, 24 anni, è in stazione con la figlia Angela e due amiche, sta andando in vacanza sul lago di Garda.

C’è tanta gente in quella sala d’attesa afosa cha aspetta ognuno il suo treno. Qualcuno entra e lascia una valigia su un supporto per posare i bagagli a 50 centimetri al suolo, nessuno lo nota, impossibile del resto notare qualcosa di anomalo, non c’è niente di strano, tanta gente poggia i bagagli dove capita. Ma non è una valigia qualsiasi, dentro non ci sono effetti personali, c’è qualcosa di inatteso: c’è una bomba a tempo 23 kg di esplosivo, una miscela di 5 kg di tritolo e T4 detta “Compound B“, potenziata da 18 kg di gelatinato (nitroglicerina a uso civile). Chi ha poggiato la valigia in quel punto sapeva quel che faceva sotto il muro portante dell’ala ovest, allo scopo di aumentarne l’effetto; l’onda d’urto, insieme ai detriti provocati dallo scoppio, investirà anche il treno AnconaChiasso, che al momento si trova in sosta sul primo binario, distruggendo circa 30 metri di pensilina, ed il parcheggio dei taxi antistante l’edificio.

Ore 10,25, un tremendo boato squassa la stazione di Bologna distruggendo la sala d’attesa di seconda classe. Ma perché? Si pensava che la strategia della tensione fosse solo un brutto ricordo del passato. La situazione ora è molto più stabilizzata del passato, e malgrado ci sia ancora il terrorismo, ormai questo, nonostante ci siano ancora attentati e barbari omicidi, è agli sgoccioli dopo l’omicidio Moro. Le indagini partono subito con il preconcetto che si tratti di un attentato di matrice eversiva nera, senza che si prendano in considerazione altri scenari possibili. E in questa ottica la procura di Bologna il 26 di agosto arriva ad emettere ben 28 ordini di cattura nei confronti di terroristi ‘neri’, fra cui i terroristi neri Valerio Fioravanti e Francesca Mambro.

Ma fin da subito si attivano depistaggi orditi da servizi deviati, dall’immancabile tessitore di complotti che è Licio Gelli e dalla sua loggia P2 che fra i suoi iscritti ha anche uomini dei servizi fra cui Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. Quale lo scopo di tali depistaggi ancora, dopo ben 36 anni, non è dato sapere con certezza. La sola certezza è che alle 10,25 del 2 ottobre 1980 muoiono 85 persone e altre 200 restano ferite e/o mutilate. Poi, come in tutte le migliori tragedie all’italiana prendono corpo altre ipotesi fra cui la pista del terrorismo internazionale: Carlos Marcello (lo sciacallo), Abu Nidal, Gheddafi, l’Olp e l’FNLP, insomma il terrorismo palestinese. Il terrorismo palestinese? Ma non c’era il ‘Lodo Moro’? Cioè quell’accordo per il quale l’Italia sarebbe stata risparmiata da attentati in cambio di una accondiscendenza benevola nei confonti della causa palestinese, magari con la salvaguardia di qualche terrorista in transito per lo stivale? E del resto non era certo un mistero la politica filo-araba che Aldo Moro aveva portato avanti suscitando i malumori dei paesi della Nato? Ma non era certo per questo che lo avevano eliminato. E se c’era ancora in atto il lodo Moro che senso avrebbe avuto un attentato di queste proporzioni da parte di terroristi palestinesi? Insomma le varie ipotesi iniziano a mescolarsi formando un gorgo di cui è difficile vedere il fondo.

Ma questa strage non è come le altre, non è come quella della Banca dell’Agricoltura di 11 anni prima o come quella di piazza della Loggia del ‘74, quelle si ascrivibili alla cosiddetta ‘Strategia della tensione’, e del resto lo affermerà qualche anno dopo (2003) il presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino che Bologna non era da mettere in relazione con la strategia della tensione. Lui ipotizzava scenari più ampi, ‘atlantici’. Un’altra ipotesi più suggestiva, e forse non tanto lontana dalla verità fu quella del deputato di Democrazia Proletaria Luigi Cipriani, che metteva in relazione la strage di Bologna con il tentativo di distogliere l’attenzione pubblica da un’altra strage avvenuta poco più di un mese prima con il disastro di Ustica. Ipotesi tutt’altro che peregrina, visto che ormai appare chiaro un coinvolgimento diretto da parte della Francia in questo episodio, anch’esso oggetto fin da subito di depistaggi e di strane morti di chi in qualche modo conosceva o supponeva la verità su quella notte maledetta del 27 giugno 1980.

Circola ancora su Youtube un video con una delle ultime interviste a Francesco Cossiga, in passato ministro dell’interno e presidente del consiglio prima di divenire presidente della repubblica. In questa intervista Cossiga parla dei servizi segreti francesi come i più spietati in circolazione. E se lo affermava lui, ormai alla fine della sua carriera e della sua esistenza terrena, possiamo ragionevolmente supporre che qualche movente di questo tipo potrebbe essere alla base della strage di Bologna, che ha indicato con nomi e cognomi i responsabili materiali (che si sono sempre professati innocenti di questa strage, e nemmeno in questo caso c’è da dubitare, poiché Fioravanti e Mambro furono seppelliti da numerosi ergastoli e non avevano più alcun motivo di mentire).

Ma i fantasmi di Bologna questo non lo sanno, sanno solo che in una mattina di agosto del 1980 la loro vita è terminata senza che sapessero il perché. Chi lo sa se, dal mondo delle ombre, hanno potuto ascoltare le parole e i singhiozzi di Sandro Pertini giunto in elicottero alle 17,30 di quella giornata tragica andando in giro sgomento fra le macerie fumanti di questa strage anomala.

LE BUFALE SU INTERNET E IL BISOGNO DI CREDERE

di Roberto De Salvatore___

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività.” (Umberto Eco)

E’ un fenomeno da cui pochissimi sono esenti quello di aver condiviso, almeno una volta, sui social media notizie, articoli o post fasulli. Un fenomeno che negli ultimi tempi ha subito una preoccupante crescita esponenziale. Qualcuno forse avrà sentito che negli anni ’30 del secolo scorso in una trasmissione radiofonica, Orson Welles in una trasmissione radiofonica intitolata “La guerra dei mondi” scatenò reazioni di panico compulsivo tra gli americani che credettero di essere sotto attacco da parte dei marziani. Era un semplice radiodramma ma bastò a creare confusione e paura irrazionali tra la gente ma evidenziò l’influenza del ‘quarto potere’.

Buona parte del potere si fonda sulla credulità della gente, ma il fenomeno delle panzane diffuse attraverso i social media ha sicuramente un impatto più immediato sulle persone che ormai vivono praticamente in simbiosi con questa nuova droga mediatica da cui non ci si riesce a disintossicare nella maggior parte dei casi.

A chi giova diffondere le cosiddette bufale? Confesso di non saper rispondere a questo, ho solo dei sospetti ma nessuna prova, qualcuno ci guadagnerà sicuramente quando milioni di individui condividono e commentano dei post incredibili che il buon senso consiglierebbe quantomeno di evitare per non rimediare una figura da imbecille, ma tant’è che ormai il pudore, il buon senso e il rischio di passare per idioti non scoraggia più nessuno, e in molti casi si lasciano incantare anche persone che dovrebbero avere gli strumenti per essere informati e documentati.

Si va dal pietismo di post con malati terminali che chiedono un like e una condivisione con preghiera per malati che lottano con il cancro (in molti casi da anni visto che lo stesso post viene propinato in continuazione), a gente gonfia e piena di lividi ‘pestata dall’immigrato violento’ e che invece è semplicemente caduta dalle scale, a immagini di noti attori spacciati come parente del politico odiato che gestisce centinaia di cooperative che si occupano di accoglienza, alla foto di Mario Vanni (ricordate il compagno di merende di Pacciani?) proposto come ‘lui è Mario il pensionato condannato dai giudici dopo essere stato scippato da un immigrato’ ed invece viene ritratto nel momento in cui (io lo ricordo perfettamente) in tribunale dice ai giudici ‘ritorneremo prima o poi, viva il duce’, ancora più esilarante e grottesca la foto di una donna ultraottantenne che ha fra le mani un neonato in un letto di ospedale con la dicitura ‘partorisce a 80 anni’ (a nessuno con almeno qualche neurone funzionante potrebbe venire in mente che si tratta di una malata terminale che stringe fra le braccia un’ultima volta il nipotino?).

Chiunque ormai ha possibilità di pubblicare simile spazzatura e la cosa veramente stupefacente è che aumentano in maniera esponenziale quelli che ci credono, per molteplici motivi. Quali? La solitudine ad esempio, condividere una assurdità e commentarla anche significa dire disperatamente ‘io condivido, io commento, quindi esisto’, cioè avere visibilità e contare su commenti di consimili nelle stesse condizioni. Poi ci sono gli avvelenati con il mondo intero, che, almeno a parole, metterebbero fuoco al paese, istituirebbero tribunali speciali con relative pene di morte (in un sistema giudiziario come il nostro la pena di morte verrebbe applicata anche per un divieto di sosta), i patetici nostalgici del duce non consapevoli che è un’epoca, quella del fascismo, finita da più di sessanta anni e che non potrebbe ritornare che sotto altre forme (quelle attuali). Insomma tutte le pulsioni peggiori, la violenza, la volgarità verbale (manifestata spesso con una piramidale ignoranza della grammatica più elementare) e la pochezza mentale vengono intercettati dal sistema organizzato delle bufale a ciclo continuo.

Il sistema ha forse individuato nell’omologazione mediatica il modo di creare un modello di schiavitù mentale, per ridurre la personalità umana a qualcosa di plasmabile per fini reconditi. Far credere alle più disparate assurdità le persone è come guidare un gregge incosciente al macello antropologico a cui ci stiamo man mano avvicinando. Un buon affare anche per chi ha costruito questi lager mentali per neutralizzare la violenza ed evitare che la stessa trovi altri deprecabili mezzi di espressione.

LECCE SACRA BAROCCA

di Roberto De Salvatore___

Sembra ancora di vederli i mastri scalpellini lavorare la pietra leccese per creare le meraviglie che ancora stupiscono chi contempla le meravigliose chiese barocche, gli architetti Zimbalo e Cino con le loro cappe nere e impolverate del pari e le pergamene dei loro progetti dispiegate. Facce seicentesche da Promessi Sposi, con le loro zazzere e le mani impolverate mentre scolpiscono quei festoni incredibili, quelle statue con quei volti in cui non è difficile indovinare i modelli contemporanei, i capimastro che discutono con gli architetti la validità o meno di qualche variante, pochissime, perché loro avevano già concepito a mente quello che dovevano realizzare.

Le mura che salgono mano mano, le statue che alle volte non tengono ben presente le proporzioni dell’anatomia umana, ma che volete, ancora non esistevano i computer ed era tutto devoluto all’ingegnosità di questi artigiani, gelosissimi della loro arte, ma che comunque una volta inserite nell’architettura generale dell’edificio non sfiguravano certo, anzi alle volte impreziosivano le facciate e gli interni di questi capolavori di pietra leccese, dai colori morbidi. Festoni dall’incredibile audacia, statue di santi e di animali fantastici ispirate ai bestiari medioevali, rendono il barocco delle chiese leccesi un unicum assolutamente da ammirare e da preservare magari ponendolo sotto la tutela dell’UNESCO.

In questa estate afosa le chiese e le strade del borgo antico sono naturalmente invase da torme di turisti dalle provenienze più disparate, attratte dalla fama di un’arte che non ha eguali e che dispensa ammirazione e riposo all’ombra dei templi della città. Una città da gustare rigorosamente a piedi e meraviglie da contemplare intervallando il percorso con un caffè o una granita, migliaia di scatti fotografici o video girati con videocamere, smartphone o tablet, per fermare le immagini da mostrare con orgoglio agli amici e ai parenti al ritorno nelle regioni più fredde del nord Italia, ma anche spesso da altri paesi che hanno le loro bellezze, ma difficilmente paragonabili a questi capolavori di altri tempi.

RILANCIARE LA MITILICOLTURA A TARANTO

   inve.png di Adriana Giangrande, Margherita Licciano e Loredana Stabili (DiSTeBA Università del Salento, CNR IAMC Taranto)___

Taranto deve da sempre ai suoi mari la sua stessa esistenza. In passato l’acqua dolce delle sorgenti sottomarine, il clima temperato, le coste verdeggianti e la pescosità varia ed abbondante, hanno fatto della città un luogo prosperoso, nonché uno dei maggiori centri di scambi commerciali del Mar Mediterraneo. In particolare, nel Mar Piccolo era fiorente l’industria per la lavorazione del bisso e per la produzione della porpora.

Questo paradiso terrestre è oggi offuscato da un’amara realtà, e quando si parla di Taranto si pensa subito all’ILVA e ai disastri ambientali ad essa correlati. Fu negli anni cinquanta che fu decisa la costruzione di uno dei maggiori complessi industriali per la lavorazione dell’acciaio in Europa. La presenza del siderurgico, pur se risollevando in quegli anni l’economia locale, provocò l’alterazione delle caratteristiche ambientali ed ecologiche del Mar Piccolo. Il prezzo che i residenti hanno pagato include la cementificazione del territorio e l’inquinamento atmosferico con tutte le conseguenze sanitarie dirette che oggi conosciamo. L’area naturalistica del Mar Piccolo era un ambiente unico in Mediterraneo, un ambiente che è stato completamente distrutto in nome del “progresso”……chiamatela retorica, ma sicuramente con il “senno di poi” sarebbe stato molto più produttivo sfruttare il territorio in modo diverso. Senza dilungarci sulle vicende della successiva privatizzazione del polo siderurgico che nel 2008 contribuiva al 75% del prodotto interno lordo della Provincia, quello che sappiamo oggi è che dal mese di luglio 2012, il polo è stato sottoposto a provvedimento di sequestro.

Le attività che hanno caratterizzato questa era industriale tarantina hanno influito anche sulla mitilcoltura perché hanno reso l’area degli allevamenti inutilizzabile. I molluschi eduli lamellibranchi allevati, e in particolare i mitili, costituiscono un’importante fonte di proteine animali di origine marina. Dati di una decina di anni fa indicavano che in Italia si allevavano circa 75.000 tonnellate di mitili/anno, di cui ben 30.000 tonnellate nella sola area di Taranto e 12.000 tonnellate nel Mar Piccolo. Taranto, quindi, rappresentava la maggiore area di produzione di mitili allevati, con circa 1.300 addetti.

E’ noto che i mitili filtrano l’acqua attraverso le branchie per alimentarsi del fitoplancton e delle particelle organiche in sospensione. Il materiale filtrato viene in parte digerito e in parte compattato ed eliminato come pseudofeci che assieme alle feci vere e proprie precipitano sul fondo. Questo surplus di particolato organico può costituire un’ importante fonte di energia per altri organismi filtratori particolarmente abbondanti sui pali dei vivai. I cataboliti azotati escreti sia dai molluschi che da questi altri organismi filtratori, invece, sono essenziali per l’accrescimento delle macroalghe nitrofile che, come gli invertebrati filtratori hanno bisogno di un substrato solido per insediarsi. Con il passare degli anni e l’evoluzione dell’impiantistica nella mitilicoltura, gli allevamenti flottanti (long-line) hanno quasi del tutto soppiantato quelli tradizionali a pali infissi nel fondo; il cambiamento delle tecniche è stato sicuramente dettato da una maggiore capacità produttiva degli allevamenti long-line rispetto ai tradizionali per la possibilità di sfruttare nuove zone in cui sarebbe stato difficile attuare la “tecnica a pali”. Questo cambiamento ha però provocato la drastica riduzione delle potenzialità filtratrici naturali, a causa della perdita di substrati duri rappresentati dagli stessi pali su cui possono prosperare tutti gli organismi filtratori. Una riduzione della biomassa di questi organismi “biorisanatori” porta ad una diminuita efficacia di captazione della “pioggia” organica di detrito. La conseguenza di tutto questo è che, in assenza di questa interazione naturale tra mitili e organismi filtratori biorimedianti la sostanza organica ed inorganica accumulata va incontro ai normali fenomeni di degradazione da parte di batteri che nei mesi estivi, concorrono ad innescare fioriture algali e conseguenti gravi crisi anossiche.

Circa 10 anni fa, il dell’Università del Salento in collaborazione con l’Istituto per l’Ambiente Marino Costiero (IAMB)CNR di Taranto, ha ottenuto un finanziamento della Regione Puglia (POINT Policoltura integrata nei Mari di Taranto) per mettere a punto un sistema di contenimento dell’impatto ambientale della mitilicoltura e contemporaneamente diversificare ed incrementare le biomasse prodotte, associando agli impianti di mitilicoltura invertebrati filtratori, e macroalghe utili queste ultime per l’abbattimento dei sali azotati derivanti dal catabolismo animale. I risultati ottenuti nell’impianto pilota allestito in collaborazione con una ditta di mitilicoltori dove è stata da noi sperimentata la policoltura mitili-invertebrati e macroalghe, hanno dimostrato come non solo la policoltura sia possibile, ma addirittura le risposte di crescita, confrontate con quelle delle popolazioni naturali nella stessa area, risultino migliori. In pratica il sistema permette di allevare contemporaneamente diverse tipologie di organismi nella stessa area non solo non aumentando l’inquinamento organico (cosa che i mitili da soli fanno), ma addirittura diminuendolo. Il mitilicoltore, quindi, alla fine dell’anno si ritrova la biomassa dei mitili da vendere come aveva sempre fatto assieme alla biomassa di altri invertebrati e delle alghe (da sfruttare in vario modo), lasciando l’ambiente molto più pulito di quello che sarebbe allevando solo i mitili!

Oggi però, il problema dell’eutrofizzazione del Mar Piccolo non si pone perché gli impianti del Primo Seno del Mar Piccolo sono stati chiusi dal primo aprile 2013 per la presenza di PCB e diossina, con danni stimati nel 2015 a ben 15 milioni di euro. A settembre dello scorso anno si è aggiunto un innalzamento anomalo delle temperature, che purtroppo diventerà la norma e i mitilicoltori sono entrati in crisi poiché la maggior parte degli allevamenti sono stati trasferiti nell’area del Mar Grande, che però, essendo un meno carico di nutrienti, produce un accrescimento del mitilo che rende l’allevamento meno remunerativo. Nel Mar Grande il problema sembrerebbe quindi essere inverso a quello che esisteva nel Mar Piccolo, dove noi abbiamo sperimentato il biorisanamento e in teoria non bisognerebbe preoccuparsi dell’aumento di eutrofizzazione causato da un’eventuale allevamento dei mitili. Con l’obiettivo di incentivare l’adozione da parte dei mitilicoltori locali di pratiche produttive sostenibili ed eco-compatibili, finalizzate ad una migliore gestione e conservazione delle risorse ed alla  valorizzazione del prodotto, attualmente è in corso di svolgimento il Progetto “SMMIET” Sviluppo Modello Mitilicoltura Integrata Ecosostenibile Tarantina, realizzato dal Centro Ittico Tarantino Spa con il coinvolgimento delle associazioni di Categoria, del CNR, dell’Osservatorio Nazionale della Pesca e di altri soggetti tra cui Legambiente Taranto, che mira a migliorare i siti acquicoli e a contribuire in modo sostenibile ad una migliore gestione e conservazione delle risorse.

Il problema dell’accrescimento dei mitili nel Mar Grande di Taranto, tuttavia, sta determinando la diminuzione degli operatori nel settore della mitilicoltura che si rivolgono al più remunerativo allevamento di pesci in gabbie “off-shore” che, specialmente se operato in ambienti confinati, produce un impatto ambientale. Recentemente, in collaborazione con l’Università di Bari e lo IAMC-CNR di Taranto, abbiamo sperimentato un sistema per contenere l’impatto di questi allevamenti, associando alle gabbie l’allevamento di invertebrati marini biorisanatori. Anche in questo caso abbiamo provato che il sistema funziona, però ora andrebbe sperimentato a scala più ampia.

Aspettando quindi i lunghi tempi di ripristino ambientale del Mar Piccolo, si potrebbe pensare di rilanciare la mitilicoltura nel Mar Grande limitando i danni legati allo sfruttamento dell’area. Se l’allevamento dei pesci crea eutrofizzazione, l’acqua nelle vicinanze delle gabbie può essere utilizzata per l’allevamento dei mitili con rese pari a quelle che si ottenevano nel Mar Piccolo. A questo sistema poi si possono integrare altri organismi biorimediatori la cui biomassa può essere un by-product di alto valore economico, sfruttabile in vari settori quali quello farmaceutico, cosmetico e nutraceutico. Questo non è altro che l’ acquacoltura multitrofica integrata (IMTA) che in altri paesi, tra cui la Spagna, è già una realtà, ma in Italia deve ancora decollare. Uno dei pochi impianti esistenti in Italia è nelle zona del Mar Ligure dove nei pressi delle gabbie vengono fatte crescere le ostriche. Il sistema, tuttavia, è operante in mare aperto dove la profondità al di sotto delle gabbie di allevamento preclude dall’accumulo sul fondo di materia organica derivante dai residui di mangime e dalle deiezioni dei pesci. Il sistema che proponiamo noi è invece molto indicato per biorimediare i rifiuti dell’acquacoltura che si accumulerebbero nel fondo a pochi metri dalle gabbie galleggianti.

Per partire con un impianto pilota bisognerebbe accedere a finanziamenti in linea con la necessità di mitigazione dell’impatto ambientale. Noi dell’Università del Salento, insieme con lo IAMC di Taranto e L’Università di Bari possiediamo il Knowhow e stiamo tentando di accedere ad un grande finanziamento a livello Europeo, ma auspichiamo che anche a livello locale ci sia una sensibilizzazione nei confronti di queste problematiche e di una gestione sostenibile ed ecofrendly dell’ambiente. Questa non è solo ricerca ma è anche un modo per far lavorare i giovani, è uno stratagemma per far cambiare la mentalità anche dei produttori, dimostrando loro che possono avere un riscontro economico anche senza uno sfruttamento cieco dell’ambiente.

BREXIT INGLESE E LA STRATEGIA DELLA TENSIONE

  brexit3 di Roberto De Salvatore__

Il popolo inglese non è quello italiano, ma non si può sapere che cosa può produrre un’ondata emotiva dovuta all’assassinio della deputata Cox, dichiaratamente contro l’uscita della gran Bretagna dall’UE, ma per il momento il fronte del NO alla Brexit si è leggermente rafforzato e continua a recuperare. Nazionalisti, destra estrema, gruppi eversivi e qualunque altra ipotesi non può far riflettere sul fatto che tale omicidio avrebbe influito sull’opinione pubblica inglese.

Dietrologia? Può anche darsi, ma è davvero impensabile che chi ha perpetrato l’assassinio della deputata inglese fosse così ingenuo da non prevedere l’emozione che avrebbe provocato, potendo anche danneggiare il fronte del SI. Nei giorni precedenti l’omicidio si era scatenata una vera campagna mediatica improntata sul terrorismo psicologico, che prospettava ai britannici i disastri che avrebbe provocato l’uscita dall’UE. Al fianco di Cameron si è schierato addirittura l’arcivescovo di Canterbury.

Ma è stato lo stesso Cameron a istituire tale referendum, cosa è intervenuto da allora ad oggi? Possibile che un grande paese come la gran Bretagna, non certo l’ultimo arrivato in fatto di mercati e di finanza possa essere minacciato da un’accozzaglia di banchieri e speculatori finanziari internazionali? Intanto c’è da dire che nonostante l’Inghilterra abbia aderito all’UE, non ha mai aderito all’euro, quindi le presunte sciagure finanziarie dovute al ritorno della moneta nazionale non esistono, ma anche se dovesse procedere, in caso di vittoria del fronte del SI, ad una riconversione monetaria non si capisce dove sia la difficoltà. Inoltre ci sono altri paesi che nell’unione europea non hanno aderito alla moneta-capestro.

La vera ragione è che spaventa l’effetto domino che avrebbe l’uscita della gran Bretagna sugli altri paesi aderenti, molti dei quali si sono notevolmente intiepiditi verso questa unione che rivela il suo vero volto, basato unicamente sulla speculazione finanziaria e sulla rapacità del mercato, unitamente ai disastri dovuti alla gestione dei flussi migratori provenienti da Africa e Medioriente.

Quasi certamente, se la gran Bretagna dovesse uscire dall’UE sarebbe seguita a ruota dall’Austria e così a seguire. Molto controverso sarebbe il ruolo dell’Italia, che al momento sembra interessata di più alla sorte della nazionale di calcio agli europei, ma che passata l’euforia per la passione soporifera nazionale e soprattutto se i ballottaggi (tranne il caso di Milano dove la ‘pietàs’ verso le condizioni di salute di Berlusconi potrebbe far vincere Parisi) di oggi darebbero un forte segnale di sfiducia al governo Renzi e le cose potrebbero complicarsi per gli uccelli da rapina di questa Europa nata male e cresciuta ancora peggio.

Un edificio costruito male che è inutile rabberciare, ma che sarebbe opportuno radere al suolo e progettarlo nuovamente, sedersi ad un tavolo e intendersi sul fatto che nessun paese deve avere più egemonia rispetto agli altri e dettare regole e imporre dictat. Solo allora si potrà parlare di una Europa unita, anche se obiettivamente ogni paese ha una storia e una cultura assolutamente diversi rispetto agli altri e che non si comprende come possa rinunciarvi.

LA TRISTE STORIA DELLO SPIROGRAFO NEI MARI DI TARANTO

spiro  di Adriana Giangrande___

Emblema degli invertebrati marini tra i subacquei, lo spirografo è un verme tubicolo di grandi dimensioni che tappezza le pareti rocciose del Mediterraneo e che ha una caratteristica struttura spiralizzata e colorata, emergente dal tubo, detta corona branchiale, che lo rende facilmente riconoscibile. Questo verme colonizza prevalentemente le pareti di strutture immerse in ambienti eutrofici, cioè con alto carico organico, ma si ritrova spesso a bassa densità anche su fondo roccioso in ambienti di mare aperto.

Lo spirografo, nome scientifico Sabella spallanzanii è uno degli invertebrati mediterranei che si incontra più facilmente in immersione. Tuttavia, attualmente sta succedendo qualcosa, colpa dell’innalzamento della temperatura, colpa delle modificazioni atropiche, colpa probabilmente anche della poca attenzione data in passato all’introduzione di specie esotiche.

Da vari anni io e il mio gruppo al DiSTeBA dell’Università del Salento, stiamo studiando la biologia della nostra specie autoctona Sabella spallanzanii anche per possibili scopi applicativi. In virtù della sua abbondanza e facilità di reperimento, questa specie ruderale può essere sfruttata come pulitore della colonna d’acqua (biorimediazione) e la sua biomassa nella mangimistica. Da anni quindi seguiamo il suo ciclo e la sua abbondanza nei mari di Taranto e di Brindisi. Una ventina di anni fa un verme con caratteristiche simili allo spirografo, il Branchiomma luctuosum è arrivato in Mediterraneo probabilmente dal Mar Rosso e si è acclimatato velocemente, diventando così abbondante che abbiamo cominciato ad investigare anche questa specie. Il nuovo verme ventaglio riusciva a convivere con lo spirografo, quest’ultimo però sembrava risentire della competizione manifestando inizialmente e in alcuni siti, un decremento notevole. La situazione sembrava poi essersi appianata su una convivenza stazionaria. Questo almeno fino ad una decina di anni fa. Poi è arrivata un’altra specie invasiva che si chiama Branchiomma bairdi. Questa arriva dai Caraibi.

Tutte e tre le specie, appartenenti ai policheti della famiglia Sabellidae, hanno una strategia alimentare e uno stile di vita simili, sono vermi tubicoli sessili (ancorati al substrato) e filtrano la colonna d’acqua prelevando batteri, fitoplancton e sostanza organica particolata. La corona branchiale è la struttura con la quale essi filtrano l’acqua, ed è anche l’unica parte del verme che viene mantenuta fuori dal tubo, mentre il corpo se ne sta protetto al suo interno, l’animale comunque è in grado di ritirare velocemente la corona all’interno del tubo per fuggire ai predatori. Tutte e tre le specie sono ritenute forme pioniere, significa che si insediano prevalentemente su substrati praticamente vuoti e, infine, sono gregarie, tendono cioè ad insediarsi dove sono già presenti altri individui della stessa specie, arrivando a riempire lo spazio disponibile in poco tempo. Le tre specie hanno però strategie riproduttive e cicli vitali molto diversi che rendono l’ultimo arrivato sicuramente il più invasivo.

Ebbene, attualmente nel Mar Grande si osservano solo pareti tappezzate da B. bairdi con qualche sporadica presenza di B. luctuosum, ma lo spirografo è quasi praticamente sparito. Mi ricordo una ventina di anni fa bastava affacciarsi al molo per vedere fitti pennacchi degli spirografi che ogni anno si riproducevano e ricoprivano le pareti con tubi tutti della stessa lunghezza perché provenienti da un singolo evento riproduttivo. Oggi non si osserva quasi più niente di tutto ciò perché il B. bairdi è molto più piccolo e tappezza solo le strutture artificiali. Sulle pareti si sono insediate comunità algali. Tuttavia, questo cambiamento potrebbe essere un buon segno, ad indicare che l’acqua è meno eutrofica di un tempo, però è anche più calda e questo ha probabilmente favorito la specie aliena rispetto al nostro spirografo.

Che la situazione del Mar Grande di Taranto sia cambiata potrebbe anche dipendere dal trasferimento di allevamenti di mitilo dal Mar Piccolo, zona oramai proibitiva, al Mar Grande, un mare più oligotrofico, in cui il mitilo cresce poco, e dove l’aumento di questa specie filtratrice può contribuire a ripulire la colonna d’acqua, questo è molto positivo soprattutto in relazione al fatto che in alcune zone più chiuse gli allevamenti di pesce in gabbie sommergibili aumentano notevolmente il carico organico. Noi abbiamo infatti in corso un progetto per allevare il mitilo assieme allo spirografo e alle spugne nelle vicinanze delle gabbie galleggianti, ma ora ci chiediamo se potremmo portare a termine il progetto perchè lo spirografo è diventato sempre più raro!

Di fatto conosciamo pochissimo su cosa succede alle nostre specie quando arrivano questi alieni, questo dipende soprattutto dal fatto che esistono veramente pochi studi sul cambiamento a lungo termine. Sembra che il mare, al contrario degli ambienti terrestre e dulcoacquicolo, sia un contenitore in cui si possono aggiungere nuovi organismi senza che esplodano fenomeni competitivi, cioè senza effetti su specie autoctone con ecologia simile. Ma questo non è stato mai dimostrato. L’effetto delle specie aliene è diverso a seconda delle strategie alimentari e del punto della catena alimentare dove si vanno a collocare, sicuramente l’effetto di un predatore è più veloce ed eclatante, come le meduse introdotte che possono mangiare le larve dei pesci creando un cambiamento della comunità pelagica evidentissimo. Così come l’effetto dell’introduzione di pesci erbivori che azzerano il ricoprimento algale facendo cambiare notevolmente il paesaggio. L’effetto di un detritivoro o di un sospensivoro filtratore è forse più difficile da individuare.

Per quanto riguarda il nostro spirografo, sicuramente la situazione cambierà ancora, le specie aliene potrebbero anche sparire improvvisamente, bisogna vedere a lungo termine cosa succederà, ma per il momento, a parte le questioni etiche sul valore della biodiversità del Mediterraneo, la specie aliena B. bairdi pur se di possibile sfruttamento come ripulitore del mare, anche più efficace dello spirografo, non può essere  utilizzata a fini mangimistici perché accumula una quantità enorme di sostanze tossiche.

Adriana Giangrande è docente Associato di Zoologia presso il DiSTeBA dell’Università del Salento

REFERENDUM COSTITUZIONALE: UN NO CHE FA PAURA

costituzione di Roberto De Salvatore___

Sono assolutamente sicuro che se non fosse per ragioni anagrafiche, coloro che hanno combattuto e vinto il fascismo a prezzo del loro sangue per renderci liberi, imbraccerebbero di nuovo le armi e andrebbero a combattere sulle montagne. I nostalgici del fascismo (l’estinzione dei quali, vissuti nella democrazia che a loro pare faccia schifo, sembra quasi impossibile da raggiungere) da sempre gettano fango su quegli uomini e donne che incuranti della sicurezza personale hanno rischiato la loro stessa vita perché le generazioni a venire conoscessero la libertà di poter pensare con la propria testa, perché palesassero ad alta voce le ragioni del loro dissenso.

Fanno assolutamente ridere le affermazioni di Maria Elena Boschi ‘Se vince il No al referendum io e Renzi andiamo a casa’, oppure quelle melodrammatiche del più alto gerarca del regime renziano Giorgio Napolitano ‘Chi vota NO al referendum mi offende’, operazioni mediatiche che lungi dal provocare l’effetto voluto rende chiaro quale sia la posta vitale del referendum costituzionale di ottobre. Queste affermazioni comiche (aggiungerei quella della Boschi ‘i veri partigiani voteranno SI al referendum’) lasciano il tempo che trovano, la disinformatja di sinistra (sempre uguale in ogni tempo) tenta il tutto e per tutto per scongiurare la vittoria del NO, anche perché lo stesso Renzi ha affermato (forse con troppa sicurezza sul risultato di questa consultazione con cui si decide un futuro di libertà o di dittatura) che abbandonerà la politica in caso di vittoria dei NO ma c’è qualcuno che ci crede? Ed infatti Bersani prontamente ha replicato che se perde il referendum Renzi non deve dimettersi. Certamente, il lavoro per conto altrui deve essere portato a termine a tutti i costi.

I padri della Costituzione italiana come Terracini, De Gasperi, Einaudi, Croce, La Pira, e l’allora giovanissimo Aldo Moro (grazie al quale passò la formulazione dell’art. 1: ‘l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro’, e non sulla famiglia come volevano reazionari e ultraconservatori, contravvenendo così alle aspirazioni e direttive del mondo cattolico da cui proveniva e che spingevano su questo) erano personaggi di indiscutibile valore, statisti e non avventurieri implicati in mille peripezie giudiziarie.

Una vittoria del SI rappresenterebbe un punto di non ritorno perché il Senato, non essendo più di origine elettiva, si riempirebbe di loschi figuri provenienti dalle Regioni, praticamente quasi tutti implicati in vicende giudiziarie fra le più disparate, tutti nominati dal governo che Renzi&Co tentano disperatamente di far sopravvivere ben oltre questa consultazione contando sulla paura di chi dal PD è stato beneficato a vario titolo, e che teme di perdere il male acquisito. La motivazione è quella di superare lo scoglio del Senato ‘snellendo’ la procedura di formazione delle leggi, certo perché finora Renzi & Co sono andati avanti a colpi di decreti approvati con la fiducia, anche in notturna, pur di imporre con la forza quello che piaceva al principe.

La nostra è una delle migliori costituzioni al mondo, non dimostra affatto i segni del tempo grazie alla preveggenza di chi la formulò che aveva il dono di scrutare oltre le barriere del tempo, ed avendo a cuore il solo obbiettivo della democrazia, dell’uguaglianza e della libertà. Quello che si appresta a fare l’allegra compagnia renziana è invece un vero colpo di stato, come se non fossero bastati quelli che si sono succeduti dal 2011 in poi con la nomina di governi non eletti da nessuno ma decretati da ‘Re’ Giorgio Napolitano (un ex fascista del GUF), invisi a tutti (meno che a quelli che ci hanno campato finora), che hanno prodotto macerie e disperazione fra la gente con la motivazione che era l’Europa che ce lo chiedeva. Si l’Europa dei banchieri e speculatori internazionali, l’Europa della Germania e della Francia che hanno imposto la loro leadership, l’Europa di un disegno oscuro (ma nemmeno tanto) con cui creare popoli resi schiavi e in condizioni di non replicare, una Europa che trama la sostituzione degli europei con milioni di extracomunitari (quelli che non hanno niente a che fare con la guerra) da rendere ancora più facilmente schiavi docili, una Europa che non vuole essere disturbata nelle sue altissime e strategiche attività legislative come decidere sulla grandezza degli ortaggi o dei molluschi.

E’ davvero auspicabile che si renda consapevole la gente del pericolo che sta correndo e svegliarla dall’ipnosi mediatica attuata grazie ad una TV al servizio del ‘principe’, a giornali in cui si sostituisce immediatamente il direttore se palesa un forte dissenso verso la politica imperante con un sofista che gira a seconda del vento, molto più duttile, ed infine ai social sui quali è in atto una vera e propria guerra a giudicare dalla mole impressionante (quasi il 100%) di bufale che servono non solo a tastare il polso della gente ma anche a indurre ad uno stato narcotico, la gente quando è anestetizzata è facilissimo condurla nei percorsi che si sono programmati. Guardiamo con simpatia agli ex partigiani dell’ANPI che si sono schierati a favore del NO al referendum di ottobre, sono loro che hanno combattuto per noi, sono loro che hanno dato il loro sangue perché mai nessuno più divenisse dittatore nel nostro paese, sono loro che ci hanno restituito la libertà di pensare con la nostra testa e di manifestare ad alta voce il nostro dissenso, non rendiamo vano quello che hanno fatto.