Venti di guerra

 di Roberto De Salvatore_____

Non è la prima volta che il mondo si trova sull’orlo di un conflitto dagli esiti imprevedibili e devastanti, se condotti con armi nucleari. Ci si era andati vicini negli anni ’60 con la crisi dei missili a Cuba. Allora come oggi il mondo tenne il fiato in sospeso, ma poi valse la ragione e non accadde nulla. Adesso ci risiamo con la crisi aperta dalla follia del dittatore di turno, il leader della Corea del nord Kim Jon-un. Una provocazione che continua da anni quella di sperimentare nuovi vettori capaci di portare un carico nucleare, con inascoltate e reiterate proteste da parte del pacifico Giappone costretto ad assistere alla caduta nelle proprie acque territoriali di questi ordigni, che ovviamente essendo sperimentali non portano nella testata materiale nucleare.

L’era Obama è finita, e adesso il nuovo presidente USA, Donald Trump è deciso a smetterla con la politica obliqua del Nuovo Ordine Mondiale voluta da Obama. Lo ha detto chiaramente Trump di volere di nuovo un’America forte e decisionale anche nello scenario mondiale. Tutto ciò comporta una politica molto simile a quella che fu un tempo di Ronald Reagan (ricordate lo scudo spaziale?): una politica a base di muscoli esibiti certo, nel perfetto stile americano. Qualcosa che disturberà i ‘pacifisti e democratici’ che non ricordano gli innumerevoli scenari di guerra aperti grazie alla politica democratica di Obama, ed anche di Hillary Clinton a cui scappò la famosa frase ‘l’Isis è qualcosa che ci è scappata di mano’. Protezionismo, ritorno alle barriere doganali, lotta all’immigrazione clandestina sono alla base dell’odio verso Trump da parte di chi plaudiva alla politica falsamente democratica dell’ex presidente americano. Trump è quello che è, un personaggio irruento capace di spiattellare in faccia e senza mezzi termini quello che pensa a chiunque, lo si può amare o detestare. Ma di fronte alla pazzia del dittatore di turno non può certo desistere dal mettere in pratica qualsiasi misura atta a stroncare le velleità guerrafondaie di un autentico pericolo come il presidente della Corea del nord.

Negli anni ’50 del secolo scorso la guerra di Corea terminò nella logica di Yalta, con la spartizione delle zone di influenza che assegnarono la Corea del sud alla tutela americana e il nord sotto l’influenza cinese. Da allora il sud progredì in maniera eccezionale, ed il nord rimase povero e sotto una feroce dittatura comunista ma sempre in attività per quel che riguarda lo sviluppo del proprio arsenale militare. Le parate continue per soddisfare il tiranno nordcoreano sono obbligatorie per lo sventurato popolo della Corea del Nord. A volte sono dei bluff mascherati dalla presunzione di superpotenza militare perché quelli che sfilano per le strade di Pyongyang non sarebbero che carcasse vuote e senza nessuna possibilità di resa offensiva, ma chi potrebbe dirlo, visto che numerosi lanci sono andati a buon fine? E poi alla Corea del nord non manca certo la tecnologia nucleare, che farebbe certamente meglio ad usare per scopi civili.

Ma un dittatore, quanto più è aggressivo, tanto più deve esibire a propria gloria la propria potenza. Intanto i venti di guerra si addensano sulla Corea, con l’invio da parte degli Stati Uniti di un potenziale militare da guerra formidabile, senza considerare che in Corea del sud sono già presenti 28500 uomini americani a difesa, e intanto gli Usa hanno deciso di anticipare sul territorio sudcoreano lo scudo antimissile Thaad (Terminal High Altitude Area Defense) come dichiarato dal vicepresidente americano Mike Pence in visita a Seul. E la Cina e la Russia spaventati da un possibile conflitto dagli esiti imprevedibili concordano le parti a riprendere le trattative e sedersi ad un tavolo di negoziati, una impresa ardua dato il soggetto che è Kim Jon-un che comunque non poteva perdere la faccia e per celebrare il centenario della nascita del fondatore della Corea del nord, il nonno Kim Il-sung con il lancio di un nuovo vettore, questa volta intercontinentale, come se fosse un normale spettacolo di fuochi pirotecnici. Ma il lancio è fallito, e viene il sospetto che il dittatore abbia dato disposizione di sabotare lo stesso lancio, cosa che potrebbe avere un molteplice scopo: quello di placare gli americani, inducendoli a credere di non essere in possesso di una tecnologia offensiva valida e nel contempo non perdere la faccia con i sudditi.

 

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LUIGI TENCO: SUICIDIO O DELITTO?

tenco di Roberto De Salvatore___

<<Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda ‘Io tu e le rose’  in finale e ad una commissione che seleziona ‘La rivoluzione’. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi>>

 E’ da poco passata l’una del mattino quando un uomo si appresta ad entrare nella sua camera, la 219, all’albergo Savoy di Sanremo. E’ uno dei partecipanti alla XVII edizione del festival della canzone italiana. E’ Luigi Tenco, un cantautore ‘impegnato’ secondo la definizione di moda in quegli anni. La sua canzone ‘Ciao amore ciao’ è stata eliminata anche nel ripescaggio. E’ depresso ed è stanco, ed è anche non al meglio delle condizioni fisiche perché ha assunto un barbiturico, il Pronox insieme ad alcool (grappa di pere). Vicino all’uscio della sua stanza incontra una persona che conosce, forse in compagnia di un’altra, mai identificati, che chiedono di entrare insieme a lui nella stanza. Vogliono un documento in cui Luigi denuncia le malefatte di alcuni personaggi nel mondo della canzone, ma che lasciano intendere che c’è anche qualcosa che va oltre il mondo musicale.

Chi sono questi personaggi forse non lo sapremo mai, come forse non sapremo mai se sono realmente esistiti. Forse Luigi si ribella, accenna ad una reazione, uno dei due lo tiene fermo, steso supino con le gambe sotto un armadio (il piede destro sarà trovato ruotato di 90 gradi) mentre l’altro lo spara alla tempia destra. Lo uccide non con la pistola che Tenco aveva acquistata da qualche tempo (una Walther PPK cal. 7.65) da quando diceva di essere minacciato (qualcuno in auto aveva tentato di gettarlo fuori strada), perché in quel momento la pistola di Tenco è nel cruscotto della sua auto. Lo uccidono con una Berettta modello ’70, sicuramente munita di silenziatore per non allarmare gli altri ospiti dell’albergo (in una stanza accanto a quella di Tenco dorme in quel momento Lucio Dalla).

Quello che accade dopo ha del surreale: chi dice che a scoprire il corpo senza vita del cantautore sia stato Lucio Dalla, allarmato da alcuni rumori (quali esattamente?) chi invece La cantante internazionale Dalida che ha cantato lo stesso brano in accoppiata con Tenco. Arriva la polizia diretta dal commissario Arrigo Molinari (il suo nome verrà scoperto negli elenchi della loggia P2 di Gelli, e troverà la morte ucciso da un ladro nel 2005 a quasi un anno dalla riapertura delle indagini sulla morte di Tenco). Il corpo viene rimosso perché urlando, Ugo Zatterin, il presidente della commissione del festival ha minacciato di far intervenire altissime personalità politiche se il cadavere non fosse sparito dalla scena per far proseguire il festival (era dipendente della RAI, e appoggiava senza riserve i brani prodotti dalla Cetra, azienda discografica della RAI).

Il cadavere di Tenco viene portato in obitorio dai necrofori, ma poco dopo viene riportato nella stanza dell’albergo in cui è stato rinvenuto, alterando tragicamente le prove che avrebbero consentito di saperne di più. Non solo, ma siccome nella stanza stranamente non è stata rinvenuta nessuna pistola (tanto meno la Walther PPK in possesso del cantautore, che come abbiamo detto in quel momento si trova nel cruscotto dell’auto del cantautore) qualcuno, non si sa chi, pensa bene di infilare sotto le natiche del corpo una pistola che un giornalista dapprima indicherà come una Beretta calibro 22, ma in realtà si tratta di una Bernardelli calibro 7.65, un’arma che assomiglia molto alla Walther PPK con la quale può essere confusa. Seguono poi gli interrogatori sommari dei testimoni, rilievi fotografici ed altre formalità fino a quando poco dopo le quattro del mattino i verbali vengono chiusi e la morte attribuita ad un suicidio. Fiumi di parole nei giorni successivi per parlare di questo cantautore introverso con la propensione alla depressione, all’alcool ed ai farmaci, tutta una campagna mediatica per dimostrare che il cantautore si era suicidato.

Molte le ipotesi, ma nessuna certificata da prove inoppugnabili, tranne quelle balistiche studiate da un giornalista criminologo, Pasquale Ragone insieme al collega Nicola Guarneri, che insieme hanno scritto un bellissimo libro ‘Le ombre del silenzio’ (Castelvecchi editore) e che provano in maniera inoppugnabile la credibilità di un’azione omicidiaria. Perché doveva essere tolto di mezzo Luigi Tenco? Qualcuno iniziò a parlare di un viaggio in Argentina in cui Tenco era latore di una lettera ai militari che tramavano contro il presidente del paese democraticamente eletto, una lettera che assicurava l’appoggio del governo italiano (anche in termini di invio di armi), il cui presidente del consiglio in quel momento era Aldo Moro. Una strana missione, intanto perché in quel periodo Tenco era sotto le armi, e secondo le leggi dell’epoca ai militari veniva ritirato il passaporto, ma con i maneggi di alcuni alti papaveri dell’esercito, questo viaggio avvenne davvero, anche se risulta strano come uno come Luigi Tenco, di sinistra e antimilitarista convinto, si facesse latore di una messaggio in netto contrasto con quelle che erano le sue convinzioni.

Quale altro poteva essere il movente? Forse una relazione con una nipote (da alcuni scambiata per la figlia) di Duilio Fanali un altro alto papavero delle forze armate, generale dell’aviazione militare e che in seguito apparirà coinvolto nello scandalo delle tangenti legate all’affaire Locked. Forse è da ricercare nello stesso mondo musicale, ed in particolare nella sua casa discografica, la RCA italiana, diretta filiazione della RCA records americana, che nel 1987 verranno acquistate dalla BMG. Una strana casa discografica, il cui business andava oltre il mondo puramente artistico e che aveva le mani in pasta nel settore degli armamenti. Cosa avrebbe scoperto Luigi Tenco di così sconvolgente? Di certo non lo sappiamo, e dovremmo avere a disposizione il documento che aveva compilato su insistenza del suo amico Vivarelli nella sua stanza e che minacciava di rendere pubblico in una conferenza stampa, ma il pensiero va subito alla stagione della ‘strategia della tensione’ che si sarebbe inaugurata appena due anni dopo con la strage di piazza Fontana a Milano.

I morti non parlano più, ma parlano le prove materiali. Nel 2006 la salma fu riesumata e il corpo di Tenco apparve integro, intatto con i suoi lineamenti e i capelli. Sul corpo apparvero delle tumefazioni che non erano state prese in considerazione nella ricognizione del 1967, ma che invero non sarebbero incompatibili con i colpi di un corpo contundente. Certo è che non fu Tenco a spararsi quella notte del 27 gennaio 1967, visto che sulla sua mano destra non sono mai stati rinvenute, ad eccezione di una particella di antimonio, le particelle di piombo, antimonio e bario, verificabili con l’esame dello STUB in chiunque usi un’arma da fuoco.

E’ certo anche che il proiettile che devastò la scatola cranica del cantautore non fu sparato da una Walther PPK ma da una Beretta modello ’70, avente una forza di impatto superiore alla Walther. Questa è l’unica certezza: Tenco non si suicidò quella notte per aver perso Sanremo ma fu ucciso, e il biglietto trovato non indica un addio alla vita, bensì probabilmente un addio all’attività di cantante, infatti aveva in mente di scrivere canzoni che avrebbero cantato altri. Non analizzarò altre stranezze di quella notte, fra le quali le dichiarazioni di Lucio Dalla che pure doveva essersi reso conto di quello che avveniva e poteva benissimo dire quello che aveva visto. Ma forse gli aggressori erano personaggi che incutevano davvero timore, e qualcuno a tal proposito parlò della banda dei Marsigliesi (una sorta di banda della Magliana d’oltralpe legata a filo doppio con i servizi deviati francesi) di cui potrebbe aver fatto parte Lucien Morisse, l’ex marito di Dalida.

Forse anche il Sifar italiano che aveva ‘attenzionato’ il cantautore da tempo per le sue posizioni politiche. Forse la P2…la cosa che mi pare strana è che proprio quell’anno vinse ‘Non pensare a me’ cantata da Claudio Villa (tessera n° 262 della loggia Propaganda 2), cantata in accoppiata con Iva Zanicchi. Non entro nel merito della validità artistica delle canzoni del Sanremo di quell’anno, non me ne piaceva nessuna, ma io avevo solo 8 anni, e non capì il giorno dopo anche se ero troppo piccolo come ci si potesse uccidere per una canzone, io quel mondo lo consideravo, con la visione dei bambini, un gioco. A dire il vero non riesco ancora, a 50 anni di distanza, nemmeno a valutare la canzone presentata Tenco a Sanremo 1967, ma ultimamente ho appreso che il testo fu modificato perché quello iniziale era nettamente antimilitarista.

Misteri del passato, ma una delle canzoni più belle di Luigi Tenco rimane fra i ricordi  della mia infanzia e della mia giovinezza ‘Un giorno dopo l’altro’, legata ad uno dei più bei sceneggiati prodotti in Italia: ‘Le inchieste del commissario Maigret’.

26 GENNAIO 1994, LA “DISCESA IN CAMPO” DI BERLUSCONI

berlusconi di Roberto De Salvatore___

Non ci sono vie di mezzo, c’è chi lo ha molto amato e chi lo ha molto odiato. Indubbiamente ha segnato un’epoca e ha cambiato radicalmente il modo di fare politica nel nostro paese. Gli italiani che la sera del 26 gennaio di ventitré anni fa sintonizzarono il televisore sul discorso di Berlusconi che si accingeva ad entrare in politica rimasero sicuramente colpiti dalle parole che lui utilizzò, parole semplici che andavano direttamente al cuore della gente. ‘Scendere in campo’ fu la parola chiave da lui usata per sottolineare la sua entrata nell’agone politico e che colpì particolarmente gli italiani, notoriamente appassionati di calcio, ma la parola poteva essere vista anche secondo un significato bellico. Comunque fu una parola entrata nel lessico comune.

Il sistema politico della prima Repubblica era appena crollato sotto i colpi di ‘Mani pulite’ e il campo era stato liberato da una classe politica obsoleta, ormai sorda ai problemi della gente, e invece questo imprenditore milanese proponeva un modo nuovo di fare politica, la politica ‘del fare’ appunto. Ma fare cosa? Erano in pochi a conoscere il passato di Berlusconi, pochi sapevano che aveva lavorato come rappresentante porta a porta di scope elettriche, e sulle navi da crociera esibendosi come cantante e intrattenitore insieme con l’amico Fedele Confalonieri, l’attuale presidente di Mediaset, che è il quadro di comando mediatico del potere berlusconiano.

Ma questo venne dopo, quando i gossippari e gli antagonisti cominciarono a tracciarne la biografia. I più lo conoscevano già come imprenditore nel campo dell’edilizia, che gli aveva procurato enormi guadagni grazie ai piani regolatori della giunta del comune di Milano guidata dal cognato, il socialista Paolo Pillitteri, craxiano di ferro, ma soprattutto come magnate della comunicazione dopo aver rilevato delle piccole emittenti del nord che faticavano a sopravvivere e averle ingrandite fino a farle diventare le concorrenti della Rai. Editoria e commercio completavano l’impero del Cavaliere, un impero spesso minacciato, specie per l’emittenza televisiva e salvato dall’amico Craxi, favorevole alle tv private, con il ‘decreto Berlusconi’ del 16 ottobre 1984, reiterato dal ‘Berlusconi bis’ del 28 novembre successivo. Non si può prescindere dall’amicizia con il socialista Bettino Craxi per comprendere il motivo della decisione di Berlusconi di iniziare un percorso politico agli inizi del 1994.

In realtà, a creare una nuova formazione politica che includesse i fuoriusciti da una Democrazia Cristiana massacrata dai processi, coloro che erano delusi dalla destra, nonché liberali e liberisti, Berlusconi ci pensava già da un paio d’anni, quindi quella sera del 26 gennaio del 1994 quello che disse in televisione circa la sua ‘visione’ della politica e dell’economia nel nostro paese doveva averlo preparato già da diverso tempo. Quello che gli italiani pensarono di vedere nel filmato di 9 minuti circa doveva essere lo studio del Cavaliere nella sua villa di Macherio, circondato dalle foto dei suoi familiari come un italiano qualsiasi, invece era un vero e proprio set creato per l’occasione e che fu smontato dopo le riprese.

Fu l’ingresso nella politica di nuovo concetto di comunicazione politica, un marketing attentamente studiato per carpire consensi facendo leva sulla paura di una politica illiberale e dell’eterno conflitto con i ‘comunisti’, ma fu anche l’inizio del personalismo esacerbato in politica dalla creazione di un bipolarismo che alimenterà faide e scontri pesanti fra i politici, ma anche fra i cittadini impegnati in politica, con una veemenza cui gli italiani non erano più abituati dai tempi dei guelfi e dei ghibellini. Come è noto il messaggio ebbe presa su buona parte degli italiani, che sempre pronti a credere di avere una alternativa valida, permisero a Berlusconi di divenire il presidente del Consiglio, eletto democraticamente però a differenza degli ultimi dal 2012 al 2016.

Non cambiò molto in realtà, anzi quasi nulla, Berlusconi era molto più interessato alla salvaguardia del suo impero, tanto interessato che non si accorse del pericolo che si preparava ad opera di certa magistratura che non gli dette tregua fino a quando il Cavaliere Berlusconi non divenne l’ex Cavaliere e neo pregiudicato dopo la condanna con pena scontata ai servizi sociali del 1 agosto 2013, altre condanne saranno poi archiviate, ma quella fu il colpo gobbo degli antagonisti politici per mettere fuori gioco il Cavaliere e successivamente costringerlo a genuflettersi e cercare accordi con gli odiati ‘comunisti’ rappresentati da Matteo Renzi, che comunista non è mai stato, tramite il ‘Patto del Nazareno’, un accordo che nessuno ha mai visto in forma scritta ma che doveva assicurare la sopravvivenza dell’impero berlusconiano in cambio di un appoggio al PD renziano.

Scandali finanziari, patetiche storie di corruzione di minorenne, attacchi da ex amici fuoriusciti (Fini) e un persistente odore di mafia nei suoi quadri più stretti (Dell’Utri) completeranno il quadro di questo cupio dissolvi cui un Berlusconi in non grande salute e molto invecchiato cerca di rispondere all’indomani del forfait di Renzi proponendosi ancora una volta come leader di un centrodestra che non esiste più. Chi lo ricorderà di qui a 20 o 30 anni penserà ad una meteora che ha sfiorato il mondo della politica italiana senza riuscire a cambiarla realmente, come invece cambiò il modo di vivere degli italiani introducendo un concetto a cui gli italiani non erano abituati: la precarietà, un concetto che già suonerebbe come una condanna per chi aveva urlato ai quattro venti la bontà della ‘politica del fare’.

RENZI E LA FINE DI UN REGIME

renzi di Roberto De Salvatore___

Non è stato uno schiaffo quello che gli italiani hanno assestato al governo Renzi con il voto di domenica 4 dicembre 2016, è stato un pugno violento nello stomaco, la fine di un progetto dissennato che voleva trasformare l’Italia in un regime presidenzialista autoritario. Niente di più farneticante perché qui da noi le dittature non hanno mai attecchito, e quello che si voleva fare sub specie di una riforma che avrebbe ‘snellito il nostro sistema parlamentare e fatto risparmiare’ non ha incantato nessuno. Non solo il 60% dei NO contro il 40% dei SI rappresentano un risultato imprevisto.

Ma è l’enorme (per un referendum) affluenza alle urne che ha meravigliato enormemente. Evidentemente il PD pensava che si sarebbe riproposto quello che fu l’andamento sul referendum sulle trivelle, evidentemente non compreso bene dagli italiani, sbagliando clamorosamente questa volta perché l’Italia ha risposto con forza al tentativo di stravolgimento della Costituzione, quella stessa che Benigni decantava come la più bella del mondo quando era Berlusconi a volerla modificare. Gli scenari apocalittici pronosticati dai fautori del SI in caso di vittoria del NO non si sono avverati. Gli unici a dolersene sono la Merkel, che naturalmente facendo gli interessi dei tedeschi vede adesso un’Italia che c’è e si è risvegliata, e un Hollande sulla via del tramonto, quelli insomma della cricca che vedevano in Renzi un leader malleabile, non certo un leader dal forte senso nazionalistico.

E’ la crisi di una sinistra che dappertutto segna il passo perché ha fallito, ha fallito con le formule economiche deliranti  dettate da Berlino con la mania del contenimento della spesa pubblica e dell’austerity, dimostrando una piramidale ignoranza in fatto di economia, perché è ignoranza allo stato puro insistere sul fatto che uno stato debba obbligatoriamente eliminare il deficit di bilancio. Non solo ignoranza ma anche una miope e colpevole politica sull’immigrazione che getta sull’Italia, un paese in fondo molto piccolo per potersi assumere l’onere di accogliere tutto un continente, costi, disagi e allarme sociale continuo nei cittadini italiani.

Avevano fatto calcoli sbagliati evidentemente sugli italiani che per una volta si sono compattati ergendo un vero e proprio muro umano contro il tentativo di abbattere un fondamentale diritto di eleggersi i propri rappresentanti con un voto che però per gli italiani ha avuto in buona parte una valenza politica, proprio volevano mandare a casa Renzi non sopportando più la sofferenza sociale ed economica in cui sono stati gettati da tre anni a questa parte malgrado le risibili affermazioni che l’economia era in ripresa e gli italiani erano soddisfatti. La democrazia ha resistito e gli italiani di diversa estrazione, collocazione geografica e diverso credo politico hanno fatto fronte comune sventando la manovra e mortificando la ‘madre di tutte le riforme’ renziane.

Il quattro dicembre è morta la seconda Repubblica nata malamente e da cinque anni attraversata da continue manovre di palazzo, non frutto di libere elezioni. E adesso che Renzi rimane fino all’approvazione della legge di bilancio è sempre un leader dimissionario che dovrà rendere conto ai suoi del suo operato, ma il danno rimane perché è difficile procedere a nuove e libere elezioni per via dei due differenti sistemi elettorali alla camera e al senato. Il sistema previsto per l’elezione alla Camera è l’Italicum sul quale si attende il giudizio di legittimità della Consulta, e questo è già un problema, il secondo problema è il Consultellum per l’elezione al Senato, un sistema pasticciato accettato da una maggioranza che evidentemente era convinta che il problema non si sarebbe posto per via della troppa sicurezza sul fatto che la riforma costituzionale sarebbe passata.

Le opposizioni dicono, specie il M5S, che bisogna andare subito a elezioni, ma sarà difficile che Mattarella approvi questo orientamento ed infatti ha pregato Renzi di rimanere fino all’approvazione della legge di bilancio, dopo di che la crisi potrà essere aperta con il prevedibile incarico ad un altro uomo di Renzi, e quel punto bisognerà vedere come reagirà non solo il M5S ma anche la Lega, non tanto Forza Italia con un patetico Berlusconi che anela a sedersi al tavolo con il PD per ‘discutere’, evidente retaggio del Patto scellerato del Nazareno ma anche paura di una affermazione del M5S che l’ex cavaliere paventa come il diavolo l’acqua santa. ‘La poltrona che salta è la mia’ ha detto un Renzi palesemente scosso nel suo discorso a mezzanotte di domenica (personalmente non ne sono stato affatto commosso).

Renzi ha giocato d’azzardo ed ha perso, e andando indietro con la storia non posso non fare riferimento ad altri personaggi che nella vita hanno sempre giocato d’azzardo e hanno perso e dalla vita sono stati travolti. Ma sono pronto a scommettere che quello al quale gli italiani, che hanno contribuito alla vittoria del NO e che stamattina si sono svegliati dopo una lunga notte elettorale, hanno subito pensato è stato sicuramente ‘è andato via finalmente, abbiamo salvato la Costituzione’ a prescindere da chi si attribuirà l’esclusiva della vittoria del NO. Ma la vittoria è tutta loro, degli italiani.

CLINICA CITTA’ DI LECCE, UNA SPERANZA PER LA VITA

salop.jpg  di Roberto De Salvatore___

Ore 7 del mattino, sono nudo come un lombrico su una barella, con indosso solo un leggero lenzuolo trasparente ed in testa una cuffia. Aspetto che mi portino in sala operatoria. Ci sono arrivato il giorno prima a clinica Città di Lecce inviato d’urgenza da un medico dell’ospedale di Copertino, il dott. Luigi Greco, che effettuando un eco cardio doppler tre giorni prima, aveva rilevato che avevo avuto un infarto di cui non mi ero accorto. Grazie alla sua perizia e solerzia consiglia una coronarografia alla clinica Città di Lecce, dove lui stesso telefona immediatamente.

In clinica mi effettuano la coronarografia con macchinari che ricordano ‘Guerre Stellari’ e salta fuori che tre coronarie sono chiuse e mi mantengo in vita molto precariamente con una sola che funziona a scartamento ridotto, ma anche questa sta per chiudersi, e allora la morte, una morte che potrebbe arrivare mentre sto dormendo. Il medico che sta effettuando l’esame me lo dice senza mezzi termini in che condizioni verso e che stanno avvertendo i chirurghi.

Attendo solo una decina di minuti ed arriva un chirurgo giovanissimo che mi chiede se voglio essere operato da lui, se non mi dicesse il suo nome gli direi ‘no grazie, portatemi al Fazzi’, ma lui è Luigi Specchia, chirurgo affermato nonostante la sua giovane età, e poi è stato allievo di un grande cardiochirurgo, il prof. Esposito, e allora senza mezzi termini do la mia autorizzazione all’intervento che lui effettuerà, il primo dell’indomani mattina.

Sento freddo, mi sento trasportare dolcemente giù, verso la sala operatoria, ho appena il tempo di vedere il volto di mia madre e gli occhi gonfi di lacrime della mia compagna. Il freddo aumenta, mezzo rimbambito dal Valium che mi hanno somministrato e che funge da pre-anestetico entro nella sala, alcuni racconteranno che scherzavo e ridevo con i medici in sala, poi…più niente, all’improvviso il buio assoluto. Una assoluta incoscienza durante la quale mi hanno aperto lo sterno preso il cuore che hanno fermato per pochi minuti, e impiantato ben 4 by-pass.

Quando mi risveglio vedo sopra di me una finestrella di luce, chiedo che ore sono, sono le diciassette meno un quarto, è andato tutto bene per fortuna. Mi accompagnano in terapia intensiva dove starò non meno di due giorni, monitorato continuamente, a crepare dalla sete che posso alleviare solo suggendo delle gocce di acqua da batuffoli di garza bagnata. Ma non posso lamentarmi più di tanto, ero un ‘dead-man-walking’ e senza saperlo potevo lasciare questa valle di lacrime da un momento all’altro.

Rivedo il bellissimo sorriso del dott. Specchia e del responsabile del reparto, l’umanissimo, onnipresente e scrupolosissimo dott. Salvatore Foggetti, sorride anche lui (ha un volto familiare e un cognome che mi ricorda un mio ex compagno di liceo, Italo) e mi dicono che è andato tutto bene. Il poi naturalmente è la cosa per me più difficile da affrontare, fra terapia intensiva e reparto di riabilitazione, l’impossibilità mentre sto a letto di muovermi di lato è un po’ una tortura, ma insomma…intanto sono in una struttura che non ha niente da invidiare ai più blasonati centri cardiologici per miliardari texani a Houston, un ambiente moderno, con medici all’altezza e personale preparato e sempre pronto a risolvere i tuoi problemi con gentilezza. Sono stato fortunato a subire il primo intervento della mia vita a Città di Lecce, una struttura che appartiene al gruppo Villa Maria che fa capo all’imprenditore romagnolo Ettore Sansavini che ha capito la fondamentale importanza della sanità privata in Italia già dai primi anni ’60.

Ma quanto costa qualcuno chiederà? Nulla, perché clinica Città di Lecce è convenzionata con il SSN. Non voglio parlare male del pubblico naturalmente, anche al Fazzi di Lecce cardiochirurgia è un eccellente reparto con medici preparatissimi, ma qui a Città di Lecce sono abituati a dare qualcosa in più del meglio, rendendo conto di come viene speso ogni centesimo per la salute della gente, e i risultati si vedono. Qui fanno anche ricerca sulle metodologie che riguardano molte branche della salute dei cittadini, in particolare nella cardiologia, e allora se posso scegliere, scelgo una eccellenza del nostro territorio, con la fervida speranza che si investano più risorse in tali strutture che sono in grado di offrire ciò che spesso manca nel pubblico. Apprezziamo e sosteniamo questi centri della vita, e custodiamo gelosamente l’alta professionalità di giovani medici come il dott. Specchia, un coraggioso che non ha abbandonato la sua terra allettato da offerte provenienti dall’estero, ma ha detto ‘io rimango qui’.

IL FERTILITY-FLOP DELLA LORENZIN

  fertday di Roberto De Salvatore___

Non mi meraviglia più niente di questo governo, un governo dove una semplice diplomata ricopre la carica di ministro della salute e che dovrebbe dare direttive alla classe medica, e indicazioni atte alla salvaguardia della salute alla gente (in teoria, ma in pratica fa altro, come mettere in ginocchio il welfare sanitario, già ampiamente disastrato). Confesso di non essere riuscito a comprendere lo scopo di questa campagna sulle prospettive della fertilità, già ampiamente in declino, senz’altro a causa di errati stili di vita, ma soprattutto per mancanza di prospettive e orizzonti di certezze per chi è ancora in grado di procreare.

La campagna si è rivelata un fiasco colossale, ed è stata la stessa Lorenzin (meno male) ad ammetterlo, per i messaggi aberranti trasmessi come le banane avvizzite, cicogne e clessidre che starebbero ad indicare il tempo che passa. Ma ancora di più per la copertina di uno degli opuscoli del ministero incentrato sul binomio vita sana-fertilità, e che raffigura da un lato ragazzi giovani, biondi e sorridenti (francamente non saprei se avevano anche gli occhi azzurri, sarebbe un deja-vu da programma eugenetico Levesborn di nazista memoria) e dall’altro una immagine che nell’intento degli pseudocomunicatori rappresenterebbero le cattive abitudini con ragazzi di colore con le treccine e bad girls che si fanno una canna.

Ce n’era d’avanzo per sollevare una Iliade di proteste e cori antirazzisti, e giustamente perché oltre alla melensaggine e al razzismo, queste immagini mortificano le persone di cui al sistema non importa nulla. Le più mortificate e quelle che hanno reagito con più decisione, a quanto ho potuto constatare dai commenti sui social, sono state proprio le donne, che si sono sentite oltraggiate nella loro femminilità, degradate a rango di fattrici.

Un figlio non può che essere concepito in un ambiente di amore e di speranza, non può essere uno status symbol (devo averlo perché ce l’hanno le altre) inculcato tramite inserti subliminali, ma gli inserti di questa campagna pseudo informativa più che subliminali a me sembrano idioti e scriteriati, anche considerando che è costata centotredicimila euro (ma qualcuno dice anche di più), e il passo più ovvio, dopo questo tonfo colossale, è stata la rimozione del responsabile della comunicazione del ministero, (ma c’è di mezzo anche una società milanese di comunicazione Mediaticamente srl) e perfino Renzi ha preso le distanze dal suo ministro (di cui avrebbe fatto meglio a controllare titoli e credenziali prima di nominarlo).

Chi dice ad una giovane donna o uomo ‘sbrigati a fare un figlio che il tempo passa’ non si rende conto, o semplicemente non gliene frega nulla, (a parte il fatto che è offensivo nei confronti delle persone non più in grado di procreare per ragioni di età e che non devono sentirsi menomate nel loro amore da campagne come questa), che le persone non fanno più figli per l’estrema incertezza di un futuro che si presenta nerissimo e senza prospettive. Chi se la sentirebbe di mettere al mondo un figlio senza avere una base economica certa che è incompatibile con il ‘dimenticatevi il posto fisso’ (e qui da noi quando il posto fisso lo perdi o ti arrangi con lavoretti saltuari e pagati a nero, quando sono pagati, o sei finito)?

Il calo democratico oggettivamente esiste nel nostro paese ed è alquanto pesante, perché mancano le condizioni per mettere al mondo dei figli (nel 2015 ci sono state 15000 nascite in meno), ma non riesco a comprendere nemmeno come questa campagna sulla fertilità sia compatibile con il mantra dell’accoglienza degli immigrati e le affermazioni che ne abbiamo bisogno per contrastare proprio il declino demografico (o per sostituire gli italiani?).

A tal proposito sarei curioso di sapere se la Lorenzin conosce e frequenta la Boldrini, e se tra le due corra buon sangue, perché sembrano asserragliate su opposte trincee. Campagna fallita per fortuna, e per la prossima la Lorenzin chiede la collaborazione a titolo gratuito. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Invece di investire risorse in simili porcate, pensate ad una politica seria sul lavoro, non certo quella che fa riferimento allo sbandierato jobs-act, che finiti gli incentivi ha ributtato sul lastrico gli assunti con questa formula delirante. Il declino demografico nel nostro paese è direttamente proporzionale al declino della moralità politica.

LECCE E DISABILITA’, UNA CITTA’ DA REINVENTARE

disabiledi Roberto De Salvatore___

 Non sono fra quelli che rimpiangerà la dipartita di questo sindaco e di questa amministrazione il prossimo anno, sarà perché istintivamente non mi fido dei ‘bocconiani’, sarà anche perché credo di conoscere abbastanza bene Lecce e i suoi ‘salotti buoni’. Una città che lungi dall’essere cambiata, è semmai peggiorata nel suo grado di vivibilità. E ogni volta una alzata di scudi per difendere ciò che non può essere difeso, anche a mezzo di querela verso chi manifesta il suo pensiero, in modo non violento, sui suoi profili social.

Fino a pochi anni fa nemmeno si parlava di disabilità, che anzi si definiva con il termine spregiativo ‘handicap’. Poi cominciò ad essere di moda, e allora giù a segnare i parcheggi con le strisce gialle riservate, a costruire scivoli e avallamenti sui marciapiedi che agevolassero le persone costrette a deambulare su carrozzelle (a volte costruiti malissimo, con la parte inferiore che molto spesso non è al livello della strada ma ad alcuni centimetri rendendone impossibile la fruizione alle persone svantaggiate). Faceva molto figo mostrare di avere a cuore queste problematiche, salvo poi, all’atto pratico predicare bene e razzolare non male, ma malissimo.

Quello che è accaduto due giorni fa alla scrittrice e giornalista Maria De Giovanni è emblematico: con una città blindata dalla festa patronale avendo difficoltà a raggiungere la location dove era attesa per la consegna di un premio è stata bloccata da una vigilessa e invitata a trovarsi un parcheggio e raggiungere il posto con i suoi mezzi, in pratica ‘arraggianti, sono fatti tuoi!’. Ora non per prendere le difese di ufficio della signora De Giovanni, la mia povera voce non conta nulla e poi in queste ore è già molto rappresentata, ma la pratica di bloccare la città per un evento come la festa patronale, ma già le occasioni di blocco sono innumerevoli, anche le più futili come una maratona, in una città già abbastanza bloccata dai divieti più intransigenti nel cuore della città, il centro storico con la motivazione che rappresenta la ‘bomboniera’ della città, un gioiello da presentare ai turisti, ma verrebbe anche da pensare al fatto che ci si tiene tanto al centro storico perché lì risiedono molti rappresentanti dei ‘salotti buoni’ cittadini che hanno lì le loro abitazioni, ristrutturate (e mi verrebbe malignamente da chiedermi: a spese di chi?).

I parcheggi di interscambio rimangono un mero esercizio retorico e l’unica cosa a cui si bada è incamerare quanto più denaro possibile attraverso l’indefessa opera della polizia municipale con multe e verbali, denaro che coerentemente dovrebbe essere utilizzato per migliorare la viabilità e la vivibilità. Ma ad una amministrazione agli ultimi mesi del suo mandato forse questi non sembrano problemi per cui non dormire la notte. Ritornando al caso della signora De Giovanni, naturalmente il caso è balzato alle cronache, stamattina è apparso un articolo su Nuovo Quotidiano di Puglia, e subito sono arrivati alla signora messaggi di convocazione da parte dell’amministrazione, in verità farfugliamenti di poca comprensione, giustificazioni inerenti la ‘poca esperienza’ della vigilessa. Poca esperienza? Ma perché se aveva poca esperienza non è stata affiancata da un vigile anziano? Il mio sospetto è che la vigilessa non sarà richiamata con una nota di demerito, anzi, chi lo sa, forse la stabilizzeranno anche per premiarla della sua intransigenza.

Della inefficienza della polizia municipale di Lecce (quando non si tratta di elevare multe a raffica) io stesso sono stato testimone qualche anno fa, quando ero vicepresidente di una associazione di protezione civile e fra i compiti assegnatici c’era la regolazione del traffico allo stadio comunale in occasione delle partite di calcio. Io e i miei ragazzi eravamo al nostro posto e facevamo il nostro dovere, anche con molta difficoltà a causa della indisciplina degli automobilisti, mentre vigili e vigilasse a pochi metri di distanza non facevano altro che parlottare, assolutamente ignari di quello che accadeva attorno a loro, almeno fino a quando non feci le mie rimostranze dicendo che noi della protezione civile eravamo di supporto, non a sostituzione della polizia municipale. Ma non cambiò nulla, cambiò solo che la protezione civile, compatta smise di essere la domenica allo stadio a regolare la viabilità.

Questa città ha bisogno di essere ripensata, perché Lecce non può essere gestita come 40 o 50 anni fa. Ormai una grande città non può risolvere i suoi problemi soltanto bloccando gli accessi, elevando multe, e proporre di spostarsi tramite i mezzi pubblici, quelli assolutamente farneticanti, che sono costati milioni alle tasche dei contribuenti, e che non servono a nulla. Manifestazioni ludiche e feste patronali debbono essere ripensate in altri siti che non blocchino l’intera città e non solo a svantaggio di chi è portatore di disabilità.

BOLOGNA 2 AGOSTO 1980: UNA STRAGE ANOMALA

 orologio di Roberto De Salvatore___

Sono le dieci passate del mattino del 2 agosto 1980, la stazione ferroviaria di Bologna brulica di gente in arrivo o in partenza. E’ un’estate calda e le persone si spostano verso le località di mare o di montagna in cerca di refrigerio, o ne ritornano. In sala d’attesa di 2 classe ci sono tante persone, c’è Eckhardt Mader di 14 anni, è venuto in Italia da Haselhorf in Westfalia con in suoi genitori per andare in vacanza al lido di Pomposa, suo padre si è assentato per andare in giro a visitare Bologna, adesso Eckhardt è in sala d’attesa con la mamma e il fratello ad aspettare il treno che li riporterà in Germania; c’è Luca Mauri con mamma e babbo; c’è Maria Fresu, 24 anni, è in stazione con la figlia Angela e due amiche, sta andando in vacanza sul lago di Garda.

C’è tanta gente in quella sala d’attesa afosa cha aspetta ognuno il suo treno. Qualcuno entra e lascia una valigia su un supporto per posare i bagagli a 50 centimetri al suolo, nessuno lo nota, impossibile del resto notare qualcosa di anomalo, non c’è niente di strano, tanta gente poggia i bagagli dove capita. Ma non è una valigia qualsiasi, dentro non ci sono effetti personali, c’è qualcosa di inatteso: c’è una bomba a tempo 23 kg di esplosivo, una miscela di 5 kg di tritolo e T4 detta “Compound B“, potenziata da 18 kg di gelatinato (nitroglicerina a uso civile). Chi ha poggiato la valigia in quel punto sapeva quel che faceva sotto il muro portante dell’ala ovest, allo scopo di aumentarne l’effetto; l’onda d’urto, insieme ai detriti provocati dallo scoppio, investirà anche il treno AnconaChiasso, che al momento si trova in sosta sul primo binario, distruggendo circa 30 metri di pensilina, ed il parcheggio dei taxi antistante l’edificio.

Ore 10,25, un tremendo boato squassa la stazione di Bologna distruggendo la sala d’attesa di seconda classe. Ma perché? Si pensava che la strategia della tensione fosse solo un brutto ricordo del passato. La situazione ora è molto più stabilizzata del passato, e malgrado ci sia ancora il terrorismo, ormai questo, nonostante ci siano ancora attentati e barbari omicidi, è agli sgoccioli dopo l’omicidio Moro. Le indagini partono subito con il preconcetto che si tratti di un attentato di matrice eversiva nera, senza che si prendano in considerazione altri scenari possibili. E in questa ottica la procura di Bologna il 26 di agosto arriva ad emettere ben 28 ordini di cattura nei confronti di terroristi ‘neri’, fra cui i terroristi neri Valerio Fioravanti e Francesca Mambro.

Ma fin da subito si attivano depistaggi orditi da servizi deviati, dall’immancabile tessitore di complotti che è Licio Gelli e dalla sua loggia P2 che fra i suoi iscritti ha anche uomini dei servizi fra cui Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. Quale lo scopo di tali depistaggi ancora, dopo ben 36 anni, non è dato sapere con certezza. La sola certezza è che alle 10,25 del 2 ottobre 1980 muoiono 85 persone e altre 200 restano ferite e/o mutilate. Poi, come in tutte le migliori tragedie all’italiana prendono corpo altre ipotesi fra cui la pista del terrorismo internazionale: Carlos Marcello (lo sciacallo), Abu Nidal, Gheddafi, l’Olp e l’FNLP, insomma il terrorismo palestinese. Il terrorismo palestinese? Ma non c’era il ‘Lodo Moro’? Cioè quell’accordo per il quale l’Italia sarebbe stata risparmiata da attentati in cambio di una accondiscendenza benevola nei confonti della causa palestinese, magari con la salvaguardia di qualche terrorista in transito per lo stivale? E del resto non era certo un mistero la politica filo-araba che Aldo Moro aveva portato avanti suscitando i malumori dei paesi della Nato? Ma non era certo per questo che lo avevano eliminato. E se c’era ancora in atto il lodo Moro che senso avrebbe avuto un attentato di queste proporzioni da parte di terroristi palestinesi? Insomma le varie ipotesi iniziano a mescolarsi formando un gorgo di cui è difficile vedere il fondo.

Ma questa strage non è come le altre, non è come quella della Banca dell’Agricoltura di 11 anni prima o come quella di piazza della Loggia del ‘74, quelle si ascrivibili alla cosiddetta ‘Strategia della tensione’, e del resto lo affermerà qualche anno dopo (2003) il presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino che Bologna non era da mettere in relazione con la strategia della tensione. Lui ipotizzava scenari più ampi, ‘atlantici’. Un’altra ipotesi più suggestiva, e forse non tanto lontana dalla verità fu quella del deputato di Democrazia Proletaria Luigi Cipriani, che metteva in relazione la strage di Bologna con il tentativo di distogliere l’attenzione pubblica da un’altra strage avvenuta poco più di un mese prima con il disastro di Ustica. Ipotesi tutt’altro che peregrina, visto che ormai appare chiaro un coinvolgimento diretto da parte della Francia in questo episodio, anch’esso oggetto fin da subito di depistaggi e di strane morti di chi in qualche modo conosceva o supponeva la verità su quella notte maledetta del 27 giugno 1980.

Circola ancora su Youtube un video con una delle ultime interviste a Francesco Cossiga, in passato ministro dell’interno e presidente del consiglio prima di divenire presidente della repubblica. In questa intervista Cossiga parla dei servizi segreti francesi come i più spietati in circolazione. E se lo affermava lui, ormai alla fine della sua carriera e della sua esistenza terrena, possiamo ragionevolmente supporre che qualche movente di questo tipo potrebbe essere alla base della strage di Bologna, che ha indicato con nomi e cognomi i responsabili materiali (che si sono sempre professati innocenti di questa strage, e nemmeno in questo caso c’è da dubitare, poiché Fioravanti e Mambro furono seppelliti da numerosi ergastoli e non avevano più alcun motivo di mentire).

Ma i fantasmi di Bologna questo non lo sanno, sanno solo che in una mattina di agosto del 1980 la loro vita è terminata senza che sapessero il perché. Chi lo sa se, dal mondo delle ombre, hanno potuto ascoltare le parole e i singhiozzi di Sandro Pertini giunto in elicottero alle 17,30 di quella giornata tragica andando in giro sgomento fra le macerie fumanti di questa strage anomala.

LE BUFALE SU INTERNET E IL BISOGNO DI CREDERE

di Roberto De Salvatore___

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività.” (Umberto Eco)

E’ un fenomeno da cui pochissimi sono esenti quello di aver condiviso, almeno una volta, sui social media notizie, articoli o post fasulli. Un fenomeno che negli ultimi tempi ha subito una preoccupante crescita esponenziale. Qualcuno forse avrà sentito che negli anni ’30 del secolo scorso in una trasmissione radiofonica, Orson Welles in una trasmissione radiofonica intitolata “La guerra dei mondi” scatenò reazioni di panico compulsivo tra gli americani che credettero di essere sotto attacco da parte dei marziani. Era un semplice radiodramma ma bastò a creare confusione e paura irrazionali tra la gente ma evidenziò l’influenza del ‘quarto potere’.

Buona parte del potere si fonda sulla credulità della gente, ma il fenomeno delle panzane diffuse attraverso i social media ha sicuramente un impatto più immediato sulle persone che ormai vivono praticamente in simbiosi con questa nuova droga mediatica da cui non ci si riesce a disintossicare nella maggior parte dei casi.

A chi giova diffondere le cosiddette bufale? Confesso di non saper rispondere a questo, ho solo dei sospetti ma nessuna prova, qualcuno ci guadagnerà sicuramente quando milioni di individui condividono e commentano dei post incredibili che il buon senso consiglierebbe quantomeno di evitare per non rimediare una figura da imbecille, ma tant’è che ormai il pudore, il buon senso e il rischio di passare per idioti non scoraggia più nessuno, e in molti casi si lasciano incantare anche persone che dovrebbero avere gli strumenti per essere informati e documentati.

Si va dal pietismo di post con malati terminali che chiedono un like e una condivisione con preghiera per malati che lottano con il cancro (in molti casi da anni visto che lo stesso post viene propinato in continuazione), a gente gonfia e piena di lividi ‘pestata dall’immigrato violento’ e che invece è semplicemente caduta dalle scale, a immagini di noti attori spacciati come parente del politico odiato che gestisce centinaia di cooperative che si occupano di accoglienza, alla foto di Mario Vanni (ricordate il compagno di merende di Pacciani?) proposto come ‘lui è Mario il pensionato condannato dai giudici dopo essere stato scippato da un immigrato’ ed invece viene ritratto nel momento in cui (io lo ricordo perfettamente) in tribunale dice ai giudici ‘ritorneremo prima o poi, viva il duce’, ancora più esilarante e grottesca la foto di una donna ultraottantenne che ha fra le mani un neonato in un letto di ospedale con la dicitura ‘partorisce a 80 anni’ (a nessuno con almeno qualche neurone funzionante potrebbe venire in mente che si tratta di una malata terminale che stringe fra le braccia un’ultima volta il nipotino?).

Chiunque ormai ha possibilità di pubblicare simile spazzatura e la cosa veramente stupefacente è che aumentano in maniera esponenziale quelli che ci credono, per molteplici motivi. Quali? La solitudine ad esempio, condividere una assurdità e commentarla anche significa dire disperatamente ‘io condivido, io commento, quindi esisto’, cioè avere visibilità e contare su commenti di consimili nelle stesse condizioni. Poi ci sono gli avvelenati con il mondo intero, che, almeno a parole, metterebbero fuoco al paese, istituirebbero tribunali speciali con relative pene di morte (in un sistema giudiziario come il nostro la pena di morte verrebbe applicata anche per un divieto di sosta), i patetici nostalgici del duce non consapevoli che è un’epoca, quella del fascismo, finita da più di sessanta anni e che non potrebbe ritornare che sotto altre forme (quelle attuali). Insomma tutte le pulsioni peggiori, la violenza, la volgarità verbale (manifestata spesso con una piramidale ignoranza della grammatica più elementare) e la pochezza mentale vengono intercettati dal sistema organizzato delle bufale a ciclo continuo.

Il sistema ha forse individuato nell’omologazione mediatica il modo di creare un modello di schiavitù mentale, per ridurre la personalità umana a qualcosa di plasmabile per fini reconditi. Far credere alle più disparate assurdità le persone è come guidare un gregge incosciente al macello antropologico a cui ci stiamo man mano avvicinando. Un buon affare anche per chi ha costruito questi lager mentali per neutralizzare la violenza ed evitare che la stessa trovi altri deprecabili mezzi di espressione.

LECCE SACRA BAROCCA

di Roberto De Salvatore___

Sembra ancora di vederli i mastri scalpellini lavorare la pietra leccese per creare le meraviglie che ancora stupiscono chi contempla le meravigliose chiese barocche, gli architetti Zimbalo e Cino con le loro cappe nere e impolverate del pari e le pergamene dei loro progetti dispiegate. Facce seicentesche da Promessi Sposi, con le loro zazzere e le mani impolverate mentre scolpiscono quei festoni incredibili, quelle statue con quei volti in cui non è difficile indovinare i modelli contemporanei, i capimastro che discutono con gli architetti la validità o meno di qualche variante, pochissime, perché loro avevano già concepito a mente quello che dovevano realizzare.

Le mura che salgono mano mano, le statue che alle volte non tengono ben presente le proporzioni dell’anatomia umana, ma che volete, ancora non esistevano i computer ed era tutto devoluto all’ingegnosità di questi artigiani, gelosissimi della loro arte, ma che comunque una volta inserite nell’architettura generale dell’edificio non sfiguravano certo, anzi alle volte impreziosivano le facciate e gli interni di questi capolavori di pietra leccese, dai colori morbidi. Festoni dall’incredibile audacia, statue di santi e di animali fantastici ispirate ai bestiari medioevali, rendono il barocco delle chiese leccesi un unicum assolutamente da ammirare e da preservare magari ponendolo sotto la tutela dell’UNESCO.

In questa estate afosa le chiese e le strade del borgo antico sono naturalmente invase da torme di turisti dalle provenienze più disparate, attratte dalla fama di un’arte che non ha eguali e che dispensa ammirazione e riposo all’ombra dei templi della città. Una città da gustare rigorosamente a piedi e meraviglie da contemplare intervallando il percorso con un caffè o una granita, migliaia di scatti fotografici o video girati con videocamere, smartphone o tablet, per fermare le immagini da mostrare con orgoglio agli amici e ai parenti al ritorno nelle regioni più fredde del nord Italia, ma anche spesso da altri paesi che hanno le loro bellezze, ma difficilmente paragonabili a questi capolavori di altri tempi.